sabato 7 gennaio 2017

HIBOU MOYEN: "FIN DOVE NON SI TOCCA" (Private Stanze, 2016)


Hibou Moyen è Giacomo Radi, circondato da amici musicisti, seduto su una poltrona comoda a suonare e a riflettere sulla vita.
"Fin Dove Non Si Tocca" è un capitolo, il secondo della sua carriera solista, intriso di delicatezza ed educazione sonora.
Pregiato e pregevole nei testi come nella sonorizzazione dei sentimenti, magistralmente compressi in 10 brani dall'ottima produzione di Umberto Maria Giardini.
La sensazione è che i continui rimandi a qualcosa d'altro limitino la completezza di un disco nato per esprimere se stessi, come chiunque abbia bisogno di un angolo polveroso per vivere lentamente e piangere di meraviglia.
C'è dell'intimismo nelle parole di Giacomo, ma mai debordante nel nichilismo inutile.
C'è della luce fuori dai 10 piccoli tunnel che mantiene salda la speranza di un rettilineo soleggiato e sicuro.
L'ho ascoltato molte volte questo Hibou Moyen nuovo di zecca: il cantautorato italiano minore 2.0 bussa alla porte ed è un piacere farlo entrare come un vecchio amico di ritorno dal nulla.
Consigliato, nella speranza di vederlo nel prossimo futuro su qualche palco non necessariamente di provincia.






Davide Monteverdi.



mercoledì 4 gennaio 2017

TUNGUSKA: "A GLORIOUS MESS".


Ai Tunguska non avrei regalato nemmeno gli ultimi 2 tiri marci della mia ultima Marlboro.
Già a partire dal nome puzzavano di pacco, per non parlare della copertina dell'album che sembrava assemblata dall'ultimo studente psicotico della peggiore classe dello IED.
Pregiudizi urbani.
Saccenza metropolitana.
Ignoranza bovina.
Poi la solita notte a spasso per certe lunghe strisce d'asfalto della provincia depressa, e nulla di bello da mettere nel lettore della macchina.
Tranne appunto questo "A Glorious Mess".
Una scommessa accompagnata da una piccola bestemmia.
Perchè viaggiare al buio, con i pensieri esplosi, presuppone una colonna sonora degna di un pugno in faccia.
O di una carezza calda come solo le domeniche in famiglia sanno essere.
Gennaro Spaccamonti e Nicola Monti, ovvero il duo chiamato Tunguska, questa scommessa un pò bizzosa e sbilenca l'hanno vinta a mani basse, ascolto dopo ascolto, tanto da conquistarsi l'heavy rotation in una manciata di pezzi.
Esattamente 11.
A cavallo della riga di mezzeria sbiadita.
Rasserenando ore di nebbia dietro ai fanali rossi di camion bielorussi.
Momenti di vita preziosi, dove un Ty Segall romagnolo e godereccio si brucia il cervello con tonnellate di dischi britpop e shoegaze, mangiando cassoni e piadine alla kriptonite, senza disdegnare aree di servizio psichedeliche prima di buttarsi in spiaggia con il corpo sciolto.
Capito tutto?
I Tunguska sono freschezza e uno zaino pieno per l'Erasmus: sono l'Italia dei cervelli buoni da esportare, magari da Forlì (città di provenienza?) fino alle porte d'Orione.
Bravi!






Davide Monteverdi.





lunedì 19 dicembre 2016

MARISSA NADLER LIVE @ SANTERIA (MI)




Marissa Nadler atterra a Milano nel frenetico mercoledì prenatalizio e il Santeria Social Club si trasforma, per incanto, in un luogo di culto privo di ninnoli superflui. La sacerdotessa di Washington che, per carisma e intensità lirica, è diventata una figura di spicco nei circuiti rock “di confine”, presenta il suo nuovo Strangers, atteso seguito dell’acclamatissimo July. E lo farà con quelle maniere eleganti e stralunate che ci hanno fatto innamorare di lei senza ritegno, balzando tra le pieghe della notte come se Tim Burton stesso l’avesse tratteggiata per uno scherzo in bianco e nero. Più che a un concerto nell’accezione classica del termine, sembrerà di stare a un esclusivo sabba per perdute auree metropolitane. Immaginate i vocalismi da mezzosoprano di Marissa con il mood crepuscolare delle nuove composizioni, sempre più di folk trasognato che nervosa infilata di quadretti noir, date una leggera scorsa ai testi e la semplice curiosità diverrà attrazione compulsiva.






lunedì 5 dicembre 2016

THE JULIE RUIN: "HIT RESET" (Hardly Art, Cd 2016)






Ci voleva un album come "Hit Reset" e ci voleva una donna come Kathleen Hanna.
Una cantante forse tra le migliori della sua generazione, un pugno in faccia al conformismo, ai benpensanti, al politicamente corretto.
Una che quando si mette in gioco spariglia le carte per bene e, in un colpo solo, butta fuori 13 canzoni belle quanto intense e differenti per stile e testi. Ogni riferimento è lecito e sprecato: The Julie Ruin sono solo uguali a se stesse, proprio come Bikini Kill e Le Tigre in precedenza.
"Hit Reset" scorre via veloce, ascolto dopo ascolto, seguendo una precisa regola di alleggerimento: meno synth e più chitarre, parti vocali equilibrate per quanto possano esserlo, atmosfere diversamente luminose a bilanciare liriche talvolta grevi come macigni. Le parole di Kathleen infatti volano come rasoi, le sue esperienze sono cicatrici a vista, ma le restano il coraggio e la lucidità per ribellarsi ad abusi e malattia. Ecco: il desiderio di riscossa, un inizio di pacificazione, può essere considerato il vero filo conduttore, neanche tanto sgranato, di questo secondo lavoro di studio. Una bella botta di Vita non c'è che dire! E Amore a prima vista.



Davide Monteverdi.



domenica 20 novembre 2016

CACAO: "ASTRAL" (Brutture Moderne, cd 2016).


Bravi Diego Pasini (Ronin) e Matteo Pozzi (Mavritius).
hanno confezionato un album che, preso e messo sul lettore, catalizza in 10 secondi l'attenzione.
Conta solo questo, il resto è aria fritta.
Conta il cuore, lo stile, la coerenza, il piacere di creare suoni che vestano bene.
Tutti.
Indistintamente.
Come un ottimo vino d'annata.
Una cena tra amici.
La domenica pomeriggio indolente.
"Astral" vibra in ognuno dei 10 pezzi che lo compongono.
Strumentali fuori dal tempo, fuori da ogni latitudine.
Come se le distanze contassero solo per chi non vuole vivere realmente.
Un basso, una chitarra per piccole storie laterali di elettronica analogica.
Umana oltre l'umano.
E se la "pancia" conta più del cervello i Cacao, in versione live, rasenteranno per certo l'allineamento tra le dimensioni.





Davide Monteverdi.





domenica 13 novembre 2016

HALEY BONAR: "IMPOSSIBLE DREAM" (Memphis Ind. 2016)


La bellezza della domenica pomeriggio è impareggiabile.
Non esiste sabato sera, o festa comandata, che regali la medesima immobilità totale, certi bilanci in agrodolce, e risate più schiette dal profondo della provincia invernale.
Bello essere avvolto dalla casa calda, la cucina che borbotta dietro le spalle, e la musica giusta che irradia dalle casse senza una precisa collocazione.
Un quadretto perfetto dove la luce grigia ricopre ogni cosa e il pigiama profuma di sonno.
Comincia così la lunga planata verso il lunedì mattina.
Con Haley Bonar, che è un pò il centrifugato bio di tutte queste istantanee: un pugno di canzoncine lievi, ma non troppo, che ti si cuciono addosso come l'abito del matrimonio.
La forma migliore in un pugno di ricordi indelebili.
"Impossible Dream" io lo sento così, con qualche vertigine qua e là, nel modo di rapportarsi alla quotidianità con leggerezza e impegno in perfetta parità. O, se preferite, è lo scivolo ideale per  svicolare tra le pieghe della vita senza ferirsi troppo, e se c'è un camino acceso ancora meglio.
Hope Sandoval sembrerebbe essere il primo riferimento, inconscio o meno, di Haley che comunque se ne sbarazza brillantemente in 10 step articolati con misura ed eleganza.
Piacevole.






MEMPHIS INDUSTRIES


Davide Monteverdi.




sabato 12 novembre 2016

ME X KING CRIMSON live @ Arcimboldi x Rolling Stone Italia



Qualcuno tra noi, oggi, se la sente ancora di annunciare pubblicamente che tutti i dinosauri sono davvero estinti? Scomparsi proprio tutti dalla faccia della terra?
Soprattutto dopo che gli “ultimi” sette, magnifici, esemplari hanno messo a ferro e fuoco l’Arcimboldi di Milano con una doppietta live da urlo e sold out ampiamente anticipati? Di sicuro i punk non si immaginavano questo come il futuro di una volta, vale a dire il peggiore scenario possibile nella loro idea estetica di rivoluzione musicale. Al punto che band come i King Crimson fanno tuttora il vuoto in scia, riempiono teatri in tutto il mondo, suonano per quasi tre ore a data sconvolgendo così ogni pronostico, ogni improvvisazione disordinata, ogni semplice equazione da bar.
La creatura di Robert Fripp, concetto arcaico se si bada all’essenza vera e aperta di quello che da anni si è trasformato in un b(r)and a tutti gli effetti, si presenta in orario sul palco e compatta come non mai. Le tre batterie (avete capito bene) di Pat Mastelotto, Gavin Harrison e Jeremy Stacey, in prima fila sul palco, costituiscono l’avanguardia sonica cui seguono leggermente defilati il buon Fripp, Jakko Jakszyk, voce e seconda chitarra, Tony Levin ai bassi, e il formidabile Mel Collins ai fiati.
Più che un gruppo musicale i King Crimson danno l’idea di una falange spartana in pieno assetto da combattimento, dove alle armi si sostituiscono strumenti del tutto equivalenti nelle loro finalità: zittire gli astanti e raderne al suolo ogni resistenza fisica e psicologica. E così è! Grazie al carisma acquisito in cinque decadi di attività che trasforma ogni atto in un gioco da ragazzi: standing ovation a go go, gestione millimetrica degli spazi e dei tempi, esecuzione impeccabile e consueta, discutibile, rigidità nel pretendere la massima attenzione dagli spalti, vietando ogni tipo di interazione del pubblico con appendici elettroniche.
Nessuno fa una piega, ovvio, perché non ce n’è il tempo: loro suonano a rullo e noi godiamo di conseguenza, perché la tracklist della serata sfiora la perfezione dogmatica. Tastando tutti gli album o quasi. Un viaggio nel viaggio affrontato con la sicurezza sfacciata di chi si può permettere inni immortali e catartici come Epitaph21St Century Schizoid Man con l’assolo centrale di Gavin Harrison che vale l’intero prezzo del biglietto, per poi passare a Cirkus e Dawn Songdall’album Lizard quasi mai affrontato dal vivo, a RedPictures Of A CityEasy MoneyVroomStarless per un totale di venticinque cavalcate emozionali.
Da qui la sensazione che i King Crimson più che dinosauri, seppur ben conservati, siano veri e propri alieni. Ieri come oggi. Ma domani sicuramente.