domenica 15 settembre 2024

Black Snake Moan: "Lost In Time" (Area Pirata, 2024).

Sono giorni che ascolto solo "Lost In Time", il terzo album di Black Snake Moan, al secolo Marco Contestabile, essenzialmente bassista ma in realtà polistrumentista, cantante, compositore e anima dell'intera raccolta di canzoni qua contenute. Un esempio superlativo questo "Lost In Time" - nomen omen- di come sia ancora possibile in Italia creare dei piccoli capolavori di musica sognante. Fieri di essere ai margini, fieri di essere alternativi, e soprattutto capaci di solleticare e sconvolgere la parte in ombra del cuore di noi ascoltatori piuttosto scafati della vita. Perdersi nel tempo e nello spazio è il sogno millenario dei viaggiatori, stanchi di un mondo sfocato che fatica a consolidare le proprie potenzialità esoteriche ed empatiche. Marco lo sa e traduce il bisogno di fuga e conseguente spleen in nove, splendide composizioni. Tanto semplici quanto stratificate, tanto scheletriche quanto desiderose di ampi spazi di manovra emotiva. Non ci sono solo le magniloquenze cristallizzate dei deserti, rievocati nei suoni e nei fraseggi vocali che le compongono ma anche lievi momenti di intimità giostrati nella quiete apparente, quando sedie a dondolo cigolanti scandiscono i silenzi, come nei migliori western d'annata. Quelle, per capirci, in bella mostra sulle verande di case sbiadite, a volte immerse in tramonti infiniti, o albe sature di speranza. Black Snake Moan crea così le sue magie nel tentativo di tradurre se stesso al mondo che lo circonda, alla ricerca di un approccio con chiunque parli la sua stessa lingua al di là delle note sghembe, e a modo loro rassicuranti, come una vecchia nonna. Insomma ci culla, ci vizia di bellezza, al netto di noie e dejà vu, sulla rotta intimista e rurale di Mark Lanegan, talvolta Screaming Trees, Black Angels e Wovenhand. "Lost In Time" è musica liturgica, rituale, che cresce traccia dopo traccia, tra echi psichedelici ricamati dall'Hammond che sembra suonato dallo spirito di Ray Manzarek, pregiati episodi (swamp) folk, e reminescenze chiaroscurali in odore di post punk. Semplicemente chiudi gli occhi e ti accorgi di volare via, svegliandoti in un altrove che non è poi tanto male. "Lost In Time", alla fine dei mille ascolti, si conferma come l'album evocativo, marziano a suo modo, e soprattutto molto poco italiano. che ci meritiamo in un giorno di fine estate. E per questo suo parlare un esperanto interiore, comune a tanti se non a tutti là fuori, meriterebbe di essere suonato ben al di là dei confini nazionali. Che dire poi di "Sunrise", una delle sue massime vette, velata di foschia? Il featuring di Roberto Dell'Era (Afterhourhs, The Winstons) è il tratto sapiente e senza tempo che chiude il cerchio alla perfezione. 

Consigliato!

ASCOLTA: Dirty Ground, Come On Down,  Put Your Flowers.




Black Snake Moan

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Davide Monteverdi

lunedì 6 maggio 2024

FUZZTONES: "LIVE AT THE DIVE '85" (Area Pirata, cd digipack).


Per chi respira l'immaginario Garage i Fuzztones rappresentano una delle punte di diamante del revival sbocciato negli Stati Uniti all'inizio degli anni '80. Sicuramente possono fregiarsi del titolo di band più longeva del genere e - con ogni probabilità - quella che ha riscosso i maggiori consensi e successi "commerciali", soprattutto se paragonati ai tanti coevi meno (economicamente) fortunati. In questo inedito "Live At The Dive '85" reso finalmente disponibile da Area Pirata sotto forma di doppia release in edizione limitata, Rudi Protrudi e soci si fanno le ossa con il repertorio di "Lysergic Emanations" - che vede la luce in quei giorni - e una manciata di splendide cover tra passato (oscuro) e contemporanei attestati di stima, suonando alla morte una ventina di canzoni per un manipolo di amici e prime mover scatenati come pochi. Album che, oltre a godere di una registrazione qualitativamente buona, è anche testimonianza diretta del quintetto in stato di grazia. Un'istantanea tanto preziosa quanto dettagliata - da qualsiasi angolazione la si guardi - di un'epoca virtuosa che oggi sembra appartenere alla mera mitologia musicale per loser. Infatti da un lato immortala il The Dive (club iconico della New York pitturata di Sixties) nel suo momento di massimo splendore prima dell'implosione prematura, dall'altra i Fuzztones (con la migliore formazione di sempre?) all'alba del tour europeo della piena consacrazione. Da questa miriade di circostanze, fortuite o meno, scaturirà poi quel "Live In Europe" che non solo chiuderà il cerchio a due anni di distanza dall'esibizione al The Dive, ma anche il primo eccitante capitolo della storia dei Fuzztones.
Da lì in avanti sarà tutta un'altra storia.

  FUZZTONES 

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Davide Monteverdi.

giovedì 23 novembre 2023

The Celibate Rifles: "The Turgid Miasma Of Existence" (Area Pirata, Re 2023).



Avevamo già parlato dei Celibate Rifles QUI in occasione della ristampa di "Roman Beach Party". Un'operazione più che riuscita realizzata qualche anno fa da parte di AREA PIRATA, label benemerita che nel 2023 decide di cimentarsi ancora con il combo di Sidney questa volta ristampando "The Turgid Miasma Of Exystence", il terzo album della loro ampia discografia ormai da tempo fuori catalogo.
"The Turgid Miasma Of Existence" esce nel 1986 ed è dedicato a James Darroch - figura di spicco negli ambienti del rock indipendente australiano, nonché ex componente della band e fondatore dei meravigliosi Eastern Dark - morto per un'incidente stradale pochi giorni prima della sua pubblicazione, a soli 25 anni.
La produzione dell'album viene affidata al chitarrista Kent Steedman, probabilmente l'unico in grado di ricreare quell'alchimia magica tra le chitarre taglienti, la possente sessione ritmica, strumenti poco "punk" come archi e fiati introdotti per l'occasione, e la voce di Damien Lovelock (purtroppo scomparso nel 2019) medium supremo per innescare i testi ricchi di sarcasmo e critica sociopolitica in egual misura.
Davvero un lavoro ben fatto "The Turgid Miasma Of Exystence" - siamo sempre nella scia riconoscibile di Radio Birdman, MC5, Stooges e Ramones - che trasuda un'anima belluina e selvaggia in cerca però di una nuova identità sonora che contempli sì assalti all'arma bianca, ma anche una dimensione più introspettiva e mediata grazie a brani psichedelici dalla vena sperimentale.
Il raggiungimento di questo punto di equilibrio porterà i Celibate Rifles a battere nuovi percorsi compositivi e, di lì a breve, a conquistare (una relativa) fama internazionale in compagnia di altri amici come Hoodoo Gurus, Died Pretty e Cosmic Psychos, con cui poi inaugureranno la cosiddetta "nuova onda" australiana
Area Pirata - come dicevamo poc'anzi - rende nuovamente disponibile questo terzo (e probabilmente il migliore) album dei Celibate Rifles in una pregiata versione in vinile 180 grammi, con tanto di copertina apribile e inserto a corredo, senza dimenticare il coupon per il download digitale di quattro brani live a tutt'oggi inediti.
Insomma, siamo di fronte a una combo di eccellenza assoluta: un album seminale con dieci brani dalla bellezza stordente e una label indipendente che lavora duramente da anni per diffondere il verbo della musica "che conta".
Che dire? Bravi tutti e soprattutto grazie!

ASCOLTA: "Bill Bonney Regrets", "Sentinel", "Sometimes", "No Sign", "Eddie".






Davide Monteverdi

venerdì 19 maggio 2023

Elli De Mon: "Pagan Blues" (Area Pirata, Cd 2023).

 


Certa musica non andrebbe discussa, scritta, sezionata con la testa, andrebbe solo e unicamente ascoltata in religioso silenzio con l'anima spalancata e sincera.
D'altronde non è un mistero che ami Elli De Mon (al secolo Elisa De Munari) e la musica inquieta e profonda che disperde nei meandri emozionali di chi l'ascolta, e infatti avevo scritto del bellissimo Countin' The Blues proprio QUA qualche tempo fa.
Quindi è con un pò di sorpresa, e altrettanta eccitazione, che mi trovo per le mani questo "Pagan Blues" la seconda tappa della collaborazione/alleanza tra la poliedrica artista vicentina e Area Pirata, la leggendaria label pisana che sta stravolgendo il panorama musicale tricolore con le sue produzioni di qualità. 
Pubblicato verso la fine di Aprile è il settimo sigillo discografico della "one woman band" - come Elisa ama definirsi nelle interviste - e probabilmente il più profondo, contrastato, doloroso e catartico della sua intera carriera, intriso com'è dei suoi tumulti interiori
Nove composizioni che recitano un Blues sofferto che striscia sanguinante e indomito nelle paludi della Psichedelia, dello Swamp Rock più corrosivo, del Rock And Roll meticcio di ritualismi sciamanici, mostrandone le cicatrici vive sulla propria pelle di serpente con fierezza, come fossero trofei dal valore inestimabile.
"Pagan Blues" è questo e altro ancora, ma è soprattutto un' Esperienza Esistenziale Totale.
Un viaggio amniotico nelle lande dimenticate dal tempo, dove sofferenza e disperazione incrociano le armi quotidianamente con la speranza di rimettersi finalmente in piedi, per quel che è l'eterna lotta di stabilizzare l'equilibrio precario della bilancia cosmica.
C'è anche tutta l'insofferenza e la ribellione di una sopravvissuta nel succo del Blues Pagano: nei confronti delle consuetudini, delle ortodossie, dei moralismi, e i territori marchiati a fuoco sono gli stessi che ancora rimbombano degli echi di PJ Harvey, Jon Spencer, Gun Club, Bessie Smith e di molti altri cantori della diversità che abbiamo imparato ad amare.
"Pagan Blues" rimette in pace con il mondo capovolto che ci troviamo a calpestare, la verità è questa senza tanti giri di parole.
E se a qualcuno può sembrare un rito di passaggio, non sbraiti poi alla ricerca di una medicina che sia salvifica.

Ascolta: "I Can See You", "Catfish Blues", "Ticking", "Siren's Call".







Davide Monteverdi.


giovedì 5 gennaio 2023

Angeli: "Angeli" (Area Pirata, Lp 2022 Reissue).



Era il 1997 quando "Angeli" si affacciò nel panorama Alternative Rock internazionale.
Un album fatto da sopravvissuti della scena hardcore punk di Torino per orfani sonici ancora intontiti dallo scioglimento di una delle band italiane più influenti di sempre, i Negazione.
Gli Angeli (di cui abbiamo già scritto tempo fa su queste pagine recensendo "Voglio Di Più") erano una sorta di super band in cui confluirono Roberto "Tax" Farano (chitarra e voce, Negazione, Declino, Fluxus), Massimo Ferrusi (batteria, Stinky Rats, Negazione, Indigesti), e Luca Marzello (basso) ancora ebbri dell'immaginario sonico delle rispettive band di origine, ma pesantemente influenzati da quello che stava accadendo oltreoceano. Il Grunge era ormai un fenomeno di massa, l'Indie Rock una solida certezza perennemente vezzeggiata dalle case discografiche, e il Crossover un compromesso che metteva d'accordo le frange oltranziste dai background più eterogenei.
Ehi baby erano gli anni '90, e una nuova rivoluzione si affacciava alla porta di casa con prepotenza, quindi perchè non cavalcarla con coerenza e un pò di sfacciataggine? Ecco spiegati i testi in inglese (solo "E' Un Angelo" è cantato in italiano, come poi tutto il secondo album) e la maggior fluidità compositiva che ammiccava a band hype come White Zombie, Alice In Chains, Prong, Helmet (ma anche agli irlandesi Therapy?) tra le più rappresentative del momento, e comunque vicine alla sensibilità espressiva degli Angeli. Tutto sommato un deciso passo avanti rispetto alle radici nichiliste e "In Your Face" delle precedenti discografie.
Registrato in Francia nell'estate del 1996 presso i famigerati Black Studios - con la supervisione di Ian Burgees amico della band e stimato professionista - "Angeli" vide la luce originariamente solo in formato cd (su Free Land Records) - il trend dell'epoca imponeva infatti l'abbattimento dei costi di produzione - che andò sold out in pochissimo tempo, per poi perdersi nelle zone grigie del collezionismo almeno fino ai giorni nostri.
E infatti,  un quarto di secolo dopo (il 2 settembre 2022 per l'esattezza), Area Pirata riporta queste 15 perle dimenticate sotto i riflettori - grazie all'ennesima opera di ripescaggio culturale - perché tutti ne possano godere finalmente in vinile: una bella edizione a tiratura limitata in 300 copie, e con l'immancabile download card a corollario, che manderà in botta ogni dropout che si rispetti.
"Angeli" è davvero un'opera prima entusiasmante. 
Musicalmente perfetto per l'epoca in cui è stato pubblicato e attuale come pochi anche oggi: intenso, spigoloso, alla ricerca spasmodica della melodia, in un certo senso anche più rock oriented per aprirsi consapevolmente a una platea più vasta.
Da comprare al volo!

Ascolta: "Johnny", "Seven", "Maybe", "Son Of Heart", "Maria".






Davide Monteverdi.

martedì 9 agosto 2022

The Backdoor Society: "This Is Nowhere" (Area Pirata, 2022).

"This Is Nowhere" è il secondo - e nuovo - lavoro di studio per i Backdoor Society, la talentuosa band piacentina che ha scambiato la campagna emiliana per la magica Olanda degli anni 60, terra natia del Neiderbeat e dei sogni psichedelici infranti contro il muro dell'indifferenza. Là imperversava gentaglia come Ourtsiders e Q65 - e gli Shocking Blue piazzavano una manciata di singoli nella galassia mainstream - che sfregiava il Rock And Roll a viso aperto e con piglio quasi punk, incassando fama imperitura e rispetto assoluto da un esiguo - seppur agguerrito - contingente di dropout, e colorando di purpurea mitologia una parabola sonica tanto eccitante quanto marginale per quell'epoca in costante mutazione. I Backdoor Society non vanno molto lontano da queste coordinate impastate anche di Pretty Things e Stones in botta, oggi sono più brutali e diretti rispetto all'esordio omonimo di tre anni fa forse a discapito della freschezza ingenua (e genuina) delle origini. Nulla di rilevante sia chiaro, "This Is Nowhere" resta un disco godibile, ottimamente suonato e vissuto, i cui dodici episodi al netto di concessioni "commerciali" attraversano il petto come la lama di un serramanico.

ASCOLTA: Desolation, The Wrong Side, Janet, You Turn Me On. 

THE BACKDOOR SOCIETY

Area Pirata


Davide Monteverdi

giovedì 23 giugno 2022

NOT MOVING L.T.D.: "LOVE BEAT" (Area Pirata, Cd 2022).


Fa sorridere parlare di album della "maturità" per una band come i Not Moving - leggenda underground (ma neanche tanto poi) della controcultura musicale tricolore degli anni 80 - già nell'immaginario collettivo dei rockers nostrani per quasi quattro decenni, e ora ritornati sotto ai riflettori come Not Moving L.T.D. (dalle iniziali dei tre membri storici) grazie appunto a questo nuovo "Love Beat".
Il primo vero e proprio lavoro di studio per il combo spaccato a metà tra Emilia e Toscana dal lontano 1988, quando diedero alle stampe "Flash On You" ormai a scioglimento praticamente avvenuto.
Attualmente la band è composta dai tre veterani Tony (batteria), Lilith (voce) e Dome (chitarra, cori) come primigenio volano propulsivo, con la seconda chitarra (e cori) della gagliarda Iride Volpi in aggiunta. E no, non è contemplato il basso di cui per altro non si sente la mancanza nell'impatto generale dei brani, soprattutto nelle esibizioni dal vivo dove i Not Moving danno da sempre il meglio di sè.
Parlavamo di album della "maturità" poco fa per la perfetta quadratura di tutti i fattori in gioco: il suono è compatto e perfettamente rifinito, le asperità del passato hanno lasciato il posto a una fluidità espressiva invidiabile e il salto in avanti della voce di Lilith ne è la prova provata, le tracce poi si snodano su minori velocità e maggiori intensità emotiva, e soprattutto si percepisce una verve compositiva lontana dall'impellenza degli esordi ma che mantiene la sincerità e la coerenza di quei giorni turbolenti e maledetti, seppur impastata di vita vissuta e strade battute.
"Love Beat" è l'"Hic Et Nunc" dei Not Moving e si spiega ai fan vecchi e nuovi con nove canzoni brillanti (otto originali più la cover di "Primitive" dei Groupies), dotate di grande fascino ed energia, da cui è difficile non farsi sedurre in un momento di normale disattenzione quotidiana. Insomma come se gli X, i Cramps, i Gun Club, i Bad Seeds, e (soprattutto) gli Stones cercassero di approfittarsi delle tue intime grazie sul cofano di una Barracuda grondante fango.
E allora tributiamo l'ennesimo ovazione ai kids di Area Pirata, gli artefici di questa nuova tacca sulla consumata cintura delle novità discografiche imprescindibili: i Not Moving L.T.D. sono qui per restare anche grazie a loro e "Love Beat" cresce, cresce, e ancora cresce!

Ascolta: "Going For A Ride", "Dirty Time", "Don't Give Up", "Rubbish Land".






Davide Monteverdi.

giovedì 10 febbraio 2022

Piaggio Soul Combination & Lakeetra Knowles: "Soultimate" (Area Pirata, Cd 2021).

Ti piace ballare scivolando sul dancefloor come fosse borotalco? Ti piace spassartela allo sfinimento e sudare tutto quello che hai vivendo notti infinite come un tempo? Se allo stesso modo ami la musica di fattura genuina, e dedita unicamente alla spensieratezza, allora devi assolutamente procurarti "Soultimate", l'ultima fatica discografica dei Piaggio Soul Combination. L'ensemble pisano - che conferma alla voce la brava Lakeetra Knowles in alternanza a quella del leader Marco Piaggesi - esordisce per la conterranea Area Pirata con questo terzo album tra l'altro licenziato in un formato sfizioso, ovvero un doppio vinile 12" in confezione gatefold, e registrato a 45 rpm per rendere giustizia alla cristallina produzione di Andy Lewis. Quattordici canzoni sfavillanti che si rincorrono l'una all'altra legate dal comune intento di far vibrare anima e piedi senza particolari pensieri, grazie al mix sonoro ultra vintage e pistaiolo. Soul, Disco, R&B, Boogaloo, Northern Soul e suggestioni Latin Jazz scolpiscono - impietosamente - il groove incendiario da cui "Soultimate" trae la preziosa linfa vitale che poi irradia su chiunque si avvicini ai suoi solchi. Un album dal respiro fieramente internazionale e a cui auguriamo tutta la fortuna che merita.

Ascolta: "Do It", "Newly Born Love", "Hitman", "Dome Slow", "I can't Believe",  






Davide Monteverdi.

giovedì 20 gennaio 2022

Colleen Green: "Cool" (Hardly Art, Cd 2021).

"Cool" è probabilmente l'album che ho più ascoltato "on repeat" nel 2021. O almeno, quello a cui sono ritornato più spesso nel girovagare tra le innumerevoli uscite senza peso durante i mesi nefasti, e di sicuro si piazzerebbe ai primi posti della mia Top Ten annuale se mai fossi interessato a compilarne una di questi tempi. Questo per dire che al di là delle note stampa e dei lanci "promozionali" - meritevoli, certo, ma passibili di ovvia faziosità - un disco vince per la sua capacità di colpirti dentro mentre sei fuori fuoco. Nel mio caso specifico è stato un mix di fattori a investirmi in pieno e a farmi innamorare praticamente all'istante: le melodie cristalline sparse ovunque, le sonorità che strizzano l'occhio al miglior Indie Rock degli anni '90, le movenze sinuose delle dieci canzoni (l'artista stessa ammette che "dieci è il numero perfetto" in una recente intervista su Rolling Stone) che costituiscono l'ossatura di "Cool", con quell'alternanza (proficua) tra riflessione e urgenza che ha il ritmo della vita. Un lavoro che scorre fluido, brillante, arioso ascolto dopo ascolto insomma proprio "giusto" da qualsiasi punto di vista lo si voglia prendere e sezionare. Frutto dei sei anni che la musicista di Lowell si è presa per evolvere come essere umano e artista dopo la pubblicazione di "I Want To Grow Up" nel 2015, il terzo album (sempre marchiato Hardly Art) che ha sancito il suo maggior successo commerciale nonchè l'inizio del percorso interiore che l'ha traghettata a quel "qui e ora" che "Cool" tratteggia un minuto dopo l'altro. In mezzo c'è stato qualche singolo, l'attività live poi sospesa causa Pandemia, le session in studio di registrazione con Gordon Raphael e Aqua, e in ultimo il ritorno a casa in Massachusetts l'autunno scorso - dopo un decennio vissuto a Los Angeles, città che non ha mai amato fino in fondo - con un normalissimo lavoro part time al seguito. Ecco "Cool" è la sintesi perfetta di questa progressione nel suo intricato divenire, qua narrata con piglio ironico e "maturo" da una Colleen Green in evidente stato di grazia. Tutta magia che ti si appiccica addosso, proprio come "Natural Chorus" che è una sorta di pigiamino ritmico e felpato che incrocia motorik e sussulti chitarristici. Consigliato!

Ascolta: "Posi Vibes", "You Don't Exist", "How Much Should You Love A Husband?", "Pressure To Cum".





Davide Monteverdi.

domenica 9 gennaio 2022

BARMUDAS: "Every Day Is Saturday Night" (Area Pirata,Lp 21).

"Everyday Is Saturday Night" è l'antidoto perfetto per questi tempi avari di gioie, danze, empatia e rimescolamento casuale di fluidi corporei. L'esordio sulla lunga distanza dei Barmudas è infatti un formidabile inno alla gioia, alla spregiudicatezza dei dropouts e all'innocenza delle motivazioni, al jeans in total look slabbrato da risse nei vicoli molte birre dopo discussioni poco edificanti. Con il cervello in pappa per il mix anfetaminico di Glam, R'n'R e Punk nella loro configurazione più sincera e coerente. Il quartetto toscano caccia sul tavolo una manciata di pasticche sonore che davvero manda in orbita, in scia all'onda lunga generata dai pluridecorati Giuda ma con un retrogusto più ambiguo e sguaiato che attraversa l'intero album con perversa uniformità d'intenti: fare festa anche dove la festa non esiste. Alla faccia della quotidianità attuale così crudele, divisiva, annegata nella diffidenza generalizzata. "Everyday Is Saturday Night" è un "successo" sotto ogni punto di vista, confermandosi un opera prima che arricchisce la "subculture" italica di un'altra gemma che - speriamo - si perpetui sia dal vivo che nei futuri lavori di studio. File Under: New York Dolls, Ramones, Dictators, Clash, T Rex, Slade, Kiss.

ASCOLTA: "Bar-Mus-Ass", "Zombie Teacher", "Spit Room Party", "Lock In".


AREA PIRATA


Davide Monteverdi.

giovedì 2 dicembre 2021

Polvere Di Pinguino: "Stand By The Dream" (Area Pirata, Cd '21)


Polvere Di Pinguino.
Che nome bizzarro per una band che nulla c'azzecca con (presunti) vagheggiamenti psichedelici o progressive. O meglio rimesta sì nel torbido dei primi in alcuni episodi, ma unicamente per abbassare i giri e rifiatare dopo le continue scaramucce a colpi di rock and roll bastardo, figlio degenerato dei Sixties, come dei Seventies (magari anche Eighties), più malati e rissaioli.
E' così che il quintetto di Carrara - attivo dai primi anni 80 fino allo scioglimento del 1992 - entra sbuffando nel contenitore "Garage Revival" preso per mano da una parte del giornalismo militante fin dagli albori, sedendo però comodamente in disparte e senza dare particolare confidenza a nessuno.
All'attivo ci sono alcune reunion, un paio di album, un singolo e un ep che incideranno il loro nome nel muro tricolore delle leggende misconosciute, bagnate di ogni fluido corporeo possibile ma non dalla gloria imperitura.
A questo prova a porre rimedio Area Pirata, sempre più intraprendente nell'opera di recupero degli Unsung Heroes del nostro recente passato, stampando per l'appunto "Stand By The Dream".
Qualcosa che va al di là della semplice operazione di assemblaggio sonoro, e che anzi tratteggia nuovi margini di approfondimento per un periodo storico/musicale che oggi si merita questa riconfigurazione netta  in termini di diffusione e narrazione.
Tranne il primo sette pollici - con la strepitosa cover di "Alabama Song" - qua presente nella sua veste ufficiale, nella tracklist di "Stand By The Dream" trovano spazio solo le demo di alcuni brani - tra cui "Trash It Baby" e "Back To Zero" fino ad oggi inediti assoluti - poi finiti rispettivamente su "Polvere Di Pinguino" del 1988 e "Leggi E Allucinazioni" del 1992 in versioni rimaneggiate, più quattro tracce live registrate al CSOA Kronstadt (con una "I Wanna Be Your Dog" da urlo) totalizzando 17 bombe stordenti collegate tra loro da un crescendo espressivo destinato, ahinoi, ad implodere.
Ecco dunque l'istantanea nuda e cruda dei Polvere Di Pinguino al netto di ogni parrucca: una band compatta, sicura dei propri mezzi espressivi a tratti selvaggi, fluida nel navigare tra reminescenze punk e hard quanto mai dimentica delle radici, incredibilmente sottovalutata nonostante l'impatto sonico e l'affinata sensibilità nel coniugare irruenza e perizia tecnica, liriche e panorami musicali di grande intensità.
Una spanna sopra a tutto la voce di Luca Ratti - alias "Lungo" - sorta di Danzig autoctono in crisi d'identità, incapace di decidere quale padre adottivo scegliersi tra Jim Morrison e Iggy Pop.
"Stand By The Dream" esce in cd a tiratura limitata di 300 copie con una lussuosa confezione gatefold all'interno della quale si può curiosare tra immagini inedite, note sfiziose e chicche varie.
Sorprendente!

Ascolta: "Stand By The Dream", "Trash It Baby", "Girls Like Vampires", "Yours Not Ours".







Davide Monteverdi.

martedì 3 agosto 2021

Elli De Mon: "Countin' The Blues" (Area Pirata, Cd 2021).


Elli De Mon è una fantastica sacerdotessa del Blues - affermazione al netto di qualsivoglia odiosa ridondanza, sia chiaro - che attraversa il 2021 con classe enorme. Lo fa cantando e suonando la Musica delle origini, ritoccandone il DNA senza modificare la struttura portante, reinterpretando la tradizione con il piglio fresco e - francamente - accattivante del proprio background garage punk.
L'album "Countin' The Blues", il primo per la label Area Pirata, è solo l'ultimo tassello di un progetto più ampio che coinvolge anche l'omonimo libro pubblicato nel 2020 ("Countin' The Blues: Donne Indomite"), dove la cantante e polistrumentista veneta narra le vicissitudini delle regine del Blues nei primi decenni del '900. Dalle pagine preziose, tramandate alla memoria collettiva per sanarne l'amnesia dilagante in materia, scaturisce poi l'illuminazione geniale: omaggiare queste donne indomite, e splendide nella loro "resistenza" di tutti i giorni, con un tributo musicale.
Le canzoni citate nel libro (10 nella versione in vinile, 9 in quella su cd) vengono così estrapolate dalle righe scritte e sparate in una dimensione di bellezza parallela, in cui la "One Woman Band" è libera di ubriacarle a botte di chitarra lap steel, sitar, percussioni e tastiere. Tra goticismi e ortodossie, tra swamp e futuro di una volta.
Già dal primo ascolto scatta l'amore istantaneo per l'intero concept: l'ibridazione tra passato remoto e quello prossimo è riuscitissima - soprattutto equilibrata in virtù della spiccata sensibilità artistica di Elli - e "Countin' The Blues" corre magnifico e aggraziato come un purosangue riportato a migliori intenzioni dopo le innumerevoli sgambate nella valle della rimembranza. 
Bessie, Lucille, Ma, Lottie e le altre ragazze non potrebbero andare più fiere di questo album, ci potete giurare. Una iridescente perla rara nel mare sonico sempre più adulterato da effimera bruttezza.

Ascolta: "Downhearted Blues", "Shave 'Em Dry", "When The Levee Breaks", "Last Kind Words".





Davide Monteverdi.

martedì 8 giugno 2021

Angeli: "Voglio Di Più" (Area Pirata, Lp 2021).


"Voglio Di Più" mancava all'appello su vinile da oltre due decenni.
Uscì infatti a Gennaio 1999 per la Free Land Records il secondo album degli Angeli, e unicamente in compact disc. Giusto una manciata di mesi prima dello scioglimento definitivo della band, a conclusione di un tour italiano che riscosse parecchio successo.
Registrato come l'esordio omonimo ai Black Box Studios in Francia, e sempre con la supervisione di Ian Burgess (Naked Raygun, Jawbox, Ministry), "Voglio Di Più" vede ricompattarsi il supergruppo torinese guidato da Roberto "Tax" Farano e Massimo Ferrusi (entrambi nei Negazione, poi Indigesti, Fluxus, MGZ, Persiana Jones), grazie all'ingresso in formazione del nuovo bassista Marco Conti.
Inizia qua l'ultimo capitolo di una parabola breve ma incendiaria, all'insegna del verbo hardcore punk che tenta di sublimare in qualcos'altro: undici canzoni di rara intensità emotiva, in cui il mix tra impellenza sonica, rivendicazioni esistenziali, traiettorie melodiche, ricerca di nuovi territori espressivi, e testi (finalmente) in italiano risulta vincente sotto tutti i punti di vista.
Ecco cos'è "Voglio Di Più", il perfetto equilibrio delle parti, dove la voce roca di Tax scivola magistralmente sulle poderose basi ritmiche di Massimo e Marco, senza farsi sorprendere dalle svisate irruenti della sua chitarra.
Area Pirata ci ripropone questa gradevole boccata d'aria anni '90 in una bella edizione preparata nei minimi particolari: cinquecento copie in vinile, di cui solo duecento nella variante rosso splatter, inguainate in una lussuosa copertina apribile e coupon per il download a corredo.
Da riscoprire!

Ascolta: "Voglio Di Più", "Niente Per Me", "Facce Sconosciute", "Con Le Mie Scuse", "Cazzi Miei".






Davide Monteverdi.


sabato 22 maggio 2021

The Notwist: "Vertigo Days" (Morr Music, Cd 2021).


Sette anni di attesa per avere il nuovo album dei Notwist tra le mani, o meglio, nelle orecchie.
Momenti pazzeschi in cui gli orizzonti musicali sono mutati a velocità supersoniche, destituendo re o battezzando nuovi idoli interinali in un battito di ciglia.
La faccenda però non ha minimamente inficiato le potenzialita sonore della band bavarese - coinvolta in svariati progetti collaterali alla casa madre - che ancora una volta ci stordisce con il suo (ben) collaudato mix di bellezza, sperimentazione, groove e malinconia.
A più di trent'anni dall'esordio, e al nono lavoro di studio, la formazione guidata dai fratelli Acher è ancora in grado di emozionare con quattordici brani (un paio in realtà poco più che intermezzi) di grande intensità vocale e strumentale, episodi che sfumano l'uno nell'altro come i capitoli di un ideale concept album che chiacchiera di amore e vicissitudini collegate. I famigerati Giorni Della Vertigine per l'appunto.
Della loro narrazione si occupa il cantante e chitarrista Markus Acher, la cui voce - vero e proprio trademark del gruppo - è qua sostenuta e accompagnata da una manciata di ospiti di rilievo: Saya (del pop duo nipponico Tenniscoats) nel duetto struggente di "Ship", Angel Bat Dawid e il suo clarinetto jazz al servizio della chiaroscurale e tribaleggiante "Into The Ice Age", il polistrumentista Ben LaMar Gay che scrive e canta in "Oh Sweet Fire", e infine la cantautrice Juana Molina che tratteggia la frenetica "Al Sur" per dancefloor iperuranici.
"Vertigo Day" è l'ennesimo centro per gli artisti di Monaco di Baviera, il cui tiro sembra non aver minimamente risentito della lunga pausa ristoratrice - pandemia a parte - che si sono concessi.
Indietronica (genere di cui possono rivendicare la paternità con fierezza) di grana finissima, ad alto tasso di struggimento imbevuto di soul (nella declinazione robotica che solo ai Notwist è permessa), e che oscilla in preda all'estasi tra il "Più Che Discreto" e il "Meraviglioso", almeno nel mio rating d'ascolto del tutto soggettivo.
Di certo siamo al cospetto di uno degli album più profondi e sensuali di questa prima metà del 2021.
Un punto fermo e rassicurante per i supporter di vecchia data, un compagno di viaggio intrigante e mai invadente per tutti gli altri.
Da acquistare al volo.

Ascolta: "Into Love/Stars", "Exit Strategy To Myself", "Ship", "Into The Ice Age", "Night's Too Dark".






Davide Monteverdi.

venerdì 7 maggio 2021

Views: "MOTHER TAPES Anthology 86/90" (Area Pirata 2xCD '21).


Che magnifica band erano i Views.
Eppure negli anni '80 se ne contavano a decine (la quantità era l'ultimo dei problemi ai tempi) ammucchiate nelle sale prova fatiscenti di una qualsiasi città italiana. Ragazzi totalmente devoti alla Musica, al suo potere taumaturgico di affrancare dal grigiore della provincia, e determinati a puntare i gomiti per accaparrarsi una ribalta che pareva a portata di mano, senza però raggiungerla mai, se non in rarissimi casi.
Così la maggior parte di esse accettava il proprio destino sedimentando nel limbo affollato dei local heroes o, nella migliore delle ipotesi, diventava oggetto di fascinazione e approfondimento per una risicata platea di nerd, grazie a chissà quale oscura recensione.
All'interno di questo panorama tanto frastagliato e caotico, quanto eccitante e illusorio, muoveva i primi passi la formazione guidata da Giovanni Ferrario (Scisma, PJ Harvey, Hugo Race, GuruBanana), artista a tutto tondo con la nomea di ottimo chitarrista e compositore visionario.
Immaginatevi allora Brescia in quegli anni, vera e propria periferia dell'Impero, e una ristretta cerchia di amici/musicisti innamorati di un mondo lontano e dei suoi rumori alieni.
Le atmosfere lisergiche dei Sixties e il disincanto dei Seventies, l'altalena distimica tra Beatles e Stones, l'euforia chitarristica del Paisley Underground, il CBGB, lo Shoegaze e il Post Punk d'Albione, i R.E.M. e gli Husker Du che sfregiano il mainstream, diventano a tutti gli effetti la rampa di lancio ideale per il manifesto estetico dei Views. 
Manifesto che arriverà a piena maturazione - e successiva dissoluzione - alle porte del nuovo decennio.
I ruggenti anni '90.
 Quando le sonorità urgenti e abrasive del Grunge - e dell'intera panorama "alternative" - irromperanno brutalmente sulla scena monopolizzando radio e televisione e, di fatto, staccando la spina a tutto il resto seppur in via momentanea.
Di quella breve, ma intensa, parabola sopravvivono due pregiate testimonianze su vinile: l'irrequieto Mini Lp "Namby-Pamby", pubblicato dalla Tramite nel 1988, e "Mummycat The World n°2", via Crazy Mannequin del 1990, a tutti gli effetti l'unico lavoro sulla lunga distanza del combo bresciano.
Due gemme di rara bellezza e originalità criminalmente ignorate, allora come oggi, dai più (me compreso) e ormai fuori stampa da una vita.
Per fortuna ci ha messo la proverbiale pezza - tanto per cambiare - l'illustre Area Pirata di Pisa, sempre più addentro a queste preziose operazioni di recupero della memoria storica e divulgazione musicale, con "Mother Tapes: Anthology 1986/1990".
Una raccolta davvero superlativa e articolata in un doppio cd a tiratura limitata con ben ventotto tracce (alcune in odor di capolavoro) in scaletta, dove ai titoli sopraccitati viene implementato parecchio dello scibile sonico del pianeta Views: partecipazioni a compilation, demo, versioni live e altre registrazioni rare sepolte nei cassetti per decenni.
Ah, e c'è pure un bel booklet di sedici pagine con la bio, parecchie foto inedite, e la discografia completa.
Resta il mistero incomprensibile - dopo gli ascolti a ripetizione degli ultimi giorni - di come una band così completa, versatile e tecnicamente matura, non abbia riscosso il successo meritato sfondando, perlomeno, a livello nazionale.
Si fossero formati in qualche città virtuosa, magari inglese o americana, oggi con molta probabilità staremmo a chiacchierare di tutt'altra traiettoria, invece di ribadire (stancamente) quanto il luogo di "nascita" abbia rappresentato (spesso) una condanna per innumerevoli velleità artistiche, specialmente nell'Italia di quel periodo.
Per fortuna l'essenza della loro musica - coniugare melodie cristalline e policromie strumentali (la cui summa ha coinciso, a mio avviso, con l'inserimento di Emanuela Esquilli in formazione) con una scioltezza a dir poco disarmante - non è andata smarrita definitivamente. 
E sta proprio qua l'enorme portata di "Mother Tapes: Anthology 1986/1990": aver trascritto e condiviso un sogno in via d'estinzione, meritandosi a pieno titolo la nomination come miglior raccolta del 2021.
Imprescindibile!

ASCOLTA: "The Raining Man", "Everybody's Got Something To Hide Except Me And My Monkey", "She's Going Out", "Mirror", "Please Linda Talk", "Enough For You", "Help Yourself", "Fear".







Davide Monteverdi.

martedì 6 aprile 2021

TV Priest: "Uppers" (Sub Pop, Cd 2021).


La storia sta così e la trovate ampiamente sviscerata un pò ovunque: quattro amici (più uno che poi finirà altrove) decidono di mettere a frutto la propria creatività in un periodo della vita - la giovinezza -  florido di promesse e scevro di fallimenti annunciati, formano una band che si chiama Torches grazie alla quale si divertono, suonano in giro, bevono, rimorchiamo e si inebriano di futuro e ribellione. Com'è poi nella natura dell'età spensierata il tempo viaggia a velocità siderale così come gli affanni, i sogni, le fascinazioni e la quotidianità, dominati dall'inquietudine ormonale. La band si scioglie all'improvviso senza particolari sussulti, e ognuno di loro intraprende il percorso di esperienze che lo porterà inevitabilmente a perdersi di vista con il nucleo originario.
Ma si sa, la musica - come l'amore - segue dinamiche a noi misteriose, avvalendosi di energie che spesso interagiscono col fine di ricreare l'armonia primigenia, ovvero - in soldoni - ricondurre gli stessi quattro amici al punto di partenza della storia, ma con il plus non indifferente della conquistata maturità.
Da qui a ritrovarsi in studio è un attimo, di quelli magici e - con ogni probabilità - irripetibili.
Le rispettive ruggini si dissolvono nella memoria di automatismi rodati, l'entusiasmo è anfetamina a prezzo di costo, le canzoni convincono e l'attitudine suggella il tutto. 
Alla fine l'idea di dare nuova linfa al vecchio gruppo, e immaginarselo sul palco, non pare più così bizzarra.
C'è giusto il tempo di cambiare il nome in TV Priest e volare a Seattle per firmare il prestigioso - quanto epocale - contratto con la Sub Pop, prima di andare a divorarsi il mondo.
In agenda spicca il primo concerto di rodaggio in patria (per una platea di fan e amici ancora risicata nei numeri) ma che fatalmente siglerà la loro unica - e ultima - esibizione fino a data da destinarsi.
Una legnata, il Covid, che cristallizza tutto e tutti ma non il quartetto londinese, capace di sublimare l'immane sfiga nell'opportunità della vita: utilizzare il tempo immobile per chiudere la pratica "Uppers" e dedicarsi in toto alla sua promozione virtuale, comodamente dal soggiorno di casa o quasi.
Minima spesa, massima resa.
Il sogno si concretizza finalmente all'inizio di questo Febbraio quando la label licenzia l'album su scala planetaria, così che a due mesi di distanza dall'uscita possiamo valutarne meglio il punto di caduta, al di là del buzz giornalistico e copie promo.
"Uppers" non rappresenta solo il frutto della dedizione assoluta di Charlie Drinkwater & Co ai tempi della Pandemia, ma anche l'ultima produzione - in termini temporali - della "nuova" onda Post Punk che da qualche anno, ormai, sbraccia sul mercato discografico da entrambe le sponde dell'Atlantico: Idles, Shame, Fontaines D.C. (l'artwork del loro ultimo album è appunto opera di Charlie che nella vita fa l'art director) per il Regno Unito, Protomartyr e Bambara dalla parte statunitense.
Le suggestioni dei quali vengono facili da rintracciare nelle dodici canzoni in scaletta, dove "nuovo" e "meno nuovo" (Fall, Editors, Gang Of Four, Bloc Party, Joy Division) convivono amabilmente, creando un ecosistema sonoro al tempo stesso sostenibile e dissonante, come il genere suggerisce.
Il che se dal punto di vista stilistico dimostra coerenza e pragmatismo, da quello del mero ascolto musicale non aggiunge nulla - o quasi - a ciò che già conosciamo e apprezziamo del filone in chiaroscuro.
La voce carismatica di Charlie, posseduta a sprazzi dallo spirito declamatorio di Mark E. Smith, è l'architrave attorno a cui ruota tutto il resto: la sessione ritmica serrata e marziale - con punteggiatura motorik - di Nic Bueth (basso e synth) ed Ed Kelland (batteria), i fraseggi al vetriolo di Alex Sprogis (chitarra) e, soprattutto, le liriche tese e affilate che il frontman plasma per annichilire l'establishment e scandagliare il vissuto personale.
"Saintless", posta in chiusura di sessione, configura con nettezza la summa espressiva dei TV Priest, sintetizzandone allo stato dell'arte la personalità multisfaccettata.
La lunga e sofferta cavalcata intimista, giostrata su un crescendo sonico di rara intensità, vale infatti da sola l'acquisto dell'intero album, oltre a essere la mia traccia preferita, imponendosi di misura su una manciata di altre quasi altrettanto magiche.
Nonostante l'hype revivalistico, e il "già sentito" ampiamente metabolizzato da noi fruitori scafati, "Uppers" si merita come minimo il "piazzamento" sul podio tra le ultime produzioni della (cosiddetta) bolla post post-punk, grazie al buon equilibrio delle sue proporzioni: è solido, profondo, organico, ordinato, convincente, sincero.
Ora attendiamoli dal vivo.
Buon ascolto! 

Ascolta: "The Big Curve", "Journal Of A Plague Year", "Slideshow", "This Island", "Saintless".










Davide Monteverdi.
 

mercoledì 3 marzo 2021

A FISTFUL OF AREA PIRATA 2021.

 Inizia col botto il 2021 per la famigerata label toscana Area Pirata che a Febbraio lancia sul mercato due album seminali, rigorosamente su vinile, in edizione limitata deluxe di 300 copie ognuno.


La prima uscita riporta nella disponibilità di fan vecchi e nuovi "Shaking Street", il secondo album dei Sick Rose, uscito originariamente nel 1989 e noto per la sua cronica irreperibilità.
Fu l'album della "consapevolezza" per la leggendaria garage band di Torino, già in fortissima ascesa nel panorama italiano e internazionale dopo "Faces" con cui debuttarono nel 1986, che qui rimodulò il proprio suono indirizzandolo verso territori rock più stradaioli e muscolari rispetto agli esordi, allora intrisi di sacro furore sixties punk dal sapore adolescenziale.
Il titolo è un (ovvio) tributo ideale agli MC5 periodo Back In The Usa - in scaletta trovate ben due versioni della loro "Shaking Street" - e all'immaginario detroitiano che dilagò un pò dappertutto dalla metà dei '70 in poi, ma anche (e soprattutto) manifesto di affrancamento stilistico prima immaginato e poi trascritto on the road. Tra furgoni scalcinati, concerti selvaggi, notti insonni e percorsi esistenziali non sempre indolori.
Trentadue anni dopo eccoci qua.
Con la splendida ristampa gatefold laminata in mano e una tracklist che si arricchisce di due bonus track - passando così dalle originali dieci tracce alle attuali dodici (tra episodi autografi e cover) - da cui trasuda ancora irruente e primordiale tutta l'energia della band, cavalcata a pelo dalla voce ispida e nevrotica di Luca Re.
"Shaking Street" è stata, e si conferma a tutt'oggi, una delle pagine musicali più belle e genuine della cultura underground tricolore - oserei dire - di sempre.
Uno sguardo tanto suggestivo quanto inebriante sugli "altri" anni '80.
Quelli che ambivano a smarcarsi dal fosco retaggio della storia recente ridisegnando l'altrove e invocandolo per nome senza paura: Futuro! 

Ascolta: "Little Girlie Girl", "A Kiss Is Not Enough", "Little Sister". 




La seconda uscita invece ci catapulta di peso nella New York tossica e violenta dei primi anni '80.
Quando i rottami del punk venivano fagocitati dalle avanguardie hardcore e il CBGB era in verticale sulla rampa di lancio della mitologia spiccia.
Nel mentre, negli antri oscuri delle sale da concerto, si aggiravano pierrot assassini con le facce d'angelo, ubriachi di 1966 e Charles Manson, fuzz fluorescenti e mani guantate di nero.
In questo caso erano 5 i reflui di suburbia, figli bastardi della Grande Mela con l'istinto killer per la musica dimenticata, l'unico caos che frequentavano davvero. 
Erano gli anni in cui i dropouts riscoprivano l'altra faccia della Summer Of Love.
Quella sanguigna e strafottente delle college band, dei miti mai diventati tali per i giornaletti dei parrucchieri.
Si chiamavano Outta Place e senza saperlo contribuirono a innescare la miccia (insieme a Fuzztones, Chesterfield Kings, Unclaimed e pochi altri) del cosiddetto Garage Punk Revival.
Il primo. Il più devastante.
Una febbre globale destinata a inebriare non solo quel decennio complicato e schizofrenico, ma a rovesciare i propri effluvi anche sui successivi.
"Prehistoric Recordings" è, in soldoni, il precipitato emotivo di tutto ciò e molto di più.
Per esempio i dieci brani grezzi e sguaiati dell'infame demotape che Mike Chandler e soci incisero nel 1983 - da cui J. D. Martignon estrasse i sette che traghettò alla Midnight Records per trasformarli nel Mini "We're Outta Place" - e soprattutto, questa sì è la chicca della release, i quattro brani registrati dal vivo al The Dive nel Marzo del 1984 aggiunti alla tracklist originale.
Chiudono definitivamente la partita la copertina super psych disegnata da Bastian Troger e le note a corredo di Lenny Helsing, dissipando così ogni residua titubanza sull'acquisto dell'album.
Registrazioni in mono che faranno sbavare vecchi fan e completisti ma che, ci auguriamo, aprano squarci nel cuore di qualche giovane teppista delle nuove generazioni.

Ascolta: "What 'Cha' Talking, "We're Outta Place".



Davide Monteverdi.

lunedì 8 febbraio 2021

Kiwi Jr.: "Cooler Returns" (Sub Pop, Cd 2021).


Ho già detto che la Sub Pop non sbaglia un colpo da tempo immemore?
E con l'acquisizione nel proprio roster dei Kiwi Jr. la label di Seattle conferma la linea virtuosa del suo scouting, sempre più indirizzato a percorrere coordinate musicali ad ampio spettro.
Con "Cooler Returns" - secondo album ma a tutti gli effetti vero e proprio esordio "da grandi" - il quartetto canadese sbanca a ogni livello, mettendo a fuoco il paradigma espressivo già utilizzato nel precedente "Football Money": liriche grottesche dai sottintesi ironici e ficcanti, atmosfere disimpegnate e festaiole, jangle chitarroso a suggellare canzoncine dal respiro "pop". Il tutto sublimato dall'attitudine di chi sul palco - a breve, si spera, torneranno i concerti - spruzzerà sangue e sudore pur di far innamorare perdutamente il pubblico, abbeverandosi con avidità alla fonte del miglior college rock di sempre.
I Kiwi Jr. se la giocano (quasi) alla pari con i Rolling Blackouts Coastal Fever, seppur meno lineari a livello compositivo, ma l'immaginario è proprio quello lì. Sempre alla ricerca sfrenata della melodia perfetta, del ritornello che ti fa piangere dall'emozione e, soprattutto, della credibilità che li consacri eredi naturali della tradizione "indipendente" americana.
Freschezza e coolness non difettano di certo al quartetto dell'Ontario.
Le tredici canzoni di "Cooler Returns" incorniciano alla perfezione le tappe di un percorso costellato di meraviglia e dejà vu, dove i conflitti sono stemperati a colpi di birre e risate e le svisate malinconiche vengono richiamate all'ordine prima di far danni, ribadendo ancora una volta - ma è necessario? - quanto possa essere totalizzante (e soddisfacente) la dedizione nei confronti di talune sonorità.
In poco più di 36 minuti la band di Toronto, guidata dalla voce di Jeremy Gaudet, dà fondo a tutta la creatività disponibile. Mixando elettrico e acustico, power pop e sensibilità, iniettando qua e là parti di armonica e piano, percussioni e organo, con Pavement e Modern Lovers infilzati nel cuore. 
Un cuore grande e generoso, con spazio a sufficienza per accogliere anche altri invitati al party, ingresso libero consumazione obbligatoria: Kinks, Monochrome Set, Barracudas, Wipers, R.E.M, Strokes, Feelies, Replacements, Weezer, Parquet Courts, Replacements i primi che rispondono all'appello.
"Cooler Returns" è il compendio ideale per tuffarsi a piedi pari nella marea sonica che monta, meglio se in una torrida giornata estiva, mollando infradito e passato prossimo sulla battigia con un ghigno beffardo.
Jeremy, Brohan, Mike e Brian (già negli Alvvays) hanno scritto uno degli album più empatici, coinvolgenti e solari di questo inizio 2021 - merito della sinergia cesellata in studio con Graham Walsh (Metz, Bully) - consegnando di fatto la pandemia all'oblio che merita.

ASCOLTA: "Undecided Voters", "Highlights Of 100", "Cooler Returns", "Omaha", "Waiting In Line".





(Foto: Warren Calbeck)


Davide Monteverdi.