"Cool" è probabilmente l'album che ho più ascoltato "on repeat" nel 2021. O almeno, quello a cui sono ritornato più spesso nel girovagare tra le innumerevoli uscite senza peso durante i mesi nefasti, e di sicuro si piazzerebbe ai primi posti della mia Top Ten annuale se mai fossi interessato a compilarne una di questi tempi. Questo per dire che al di là delle note stampa e dei lanci "promozionali" - meritevoli, certo, ma passibili di ovvia faziosità - un disco vince per la sua capacità di colpirti dentro mentre sei fuori fuoco. Nel mio caso specifico è stato un mix di fattori a investirmi in pieno e a farmi innamorare praticamente all'istante: le melodie cristalline sparse ovunque, le sonorità che strizzano l'occhio al miglior Indie Rock degli anni '90, le movenze sinuose delle dieci canzoni (l'artista stessa ammette che "dieci è il numero perfetto" in una recente intervista su Rolling Stone) che costituiscono l'ossatura di "Cool", con quell'alternanza (proficua) tra riflessione e urgenza che ha il ritmo della vita. Un lavoro che scorre fluido, brillante, arioso ascolto dopo ascolto insomma proprio "giusto" da qualsiasi punto di vista lo si voglia prendere e sezionare. Frutto dei sei anni che la musicista di Lowell si è presa per evolvere come essere umano e artista dopo la pubblicazione di "I Want To Grow Up" nel 2015, il terzo album (sempre marchiato Hardly Art) che ha sancito il suo maggior successo commerciale nonchè l'inizio del percorso interiore che l'ha traghettata a quel "qui e ora" che "Cool" tratteggia un minuto dopo l'altro. In mezzo c'è stato qualche singolo, l'attività live poi sospesa causa Pandemia, le session in studio di registrazione con Gordon Raphael e Aqua, e in ultimo il ritorno a casa in Massachusetts l'autunno scorso - dopo un decennio vissuto a Los Angeles, città che non ha mai amato fino in fondo - con un normalissimo lavoro part time al seguito. Ecco "Cool" è la sintesi perfetta di questa progressione nel suo intricato divenire, qua narrata con piglio ironico e "maturo" da una Colleen Green in evidente stato di grazia. Tutta magia che ti si appiccica addosso, proprio come "Natural Chorus" che è una sorta di pigiamino ritmico e felpato che incrocia motorik e sussulti chitarristici. Consigliato!
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giovedì 20 gennaio 2022
Colleen Green: "Cool" (Hardly Art, Cd 2021).
Ascolta: "Posi Vibes", "You Don't Exist", "How Much Should You Love A Husband?", "Pressure To Cum".
Davide Monteverdi.
martedì 6 aprile 2021
TV Priest: "Uppers" (Sub Pop, Cd 2021).
La storia sta così e la trovate ampiamente sviscerata un pò ovunque: quattro amici (più uno che poi finirà altrove) decidono di mettere a frutto la propria creatività in un periodo della vita - la giovinezza - florido di promesse e scevro di fallimenti annunciati, formano una band che si chiama Torches grazie alla quale si divertono, suonano in giro, bevono, rimorchiamo e si inebriano di futuro e ribellione. Com'è poi nella natura dell'età spensierata il tempo viaggia a velocità siderale così come gli affanni, i sogni, le fascinazioni e la quotidianità, dominati dall'inquietudine ormonale. La band si scioglie all'improvviso senza particolari sussulti, e ognuno di loro intraprende il percorso di esperienze che lo porterà inevitabilmente a perdersi di vista con il nucleo originario.
Ma si sa, la musica - come l'amore - segue dinamiche a noi misteriose, avvalendosi di energie che spesso interagiscono col fine di ricreare l'armonia primigenia, ovvero - in soldoni - ricondurre gli stessi quattro amici al punto di partenza della storia, ma con il plus non indifferente della conquistata maturità.
Da qui a ritrovarsi in studio è un attimo, di quelli magici e - con ogni probabilità - irripetibili.
Le rispettive ruggini si dissolvono nella memoria di automatismi rodati, l'entusiasmo è anfetamina a prezzo di costo, le canzoni convincono e l'attitudine suggella il tutto.
Alla fine l'idea di dare nuova linfa al vecchio gruppo, e immaginarselo sul palco, non pare più così bizzarra.
C'è giusto il tempo di cambiare il nome in TV Priest e volare a Seattle per firmare il prestigioso - quanto epocale - contratto con la Sub Pop, prima di andare a divorarsi il mondo.
In agenda spicca il primo concerto di rodaggio in patria (per una platea di fan e amici ancora risicata nei numeri) ma che fatalmente siglerà la loro unica - e ultima - esibizione fino a data da destinarsi.
Una legnata, il Covid, che cristallizza tutto e tutti ma non il quartetto londinese, capace di sublimare l'immane sfiga nell'opportunità della vita: utilizzare il tempo immobile per chiudere la pratica "Uppers" e dedicarsi in toto alla sua promozione virtuale, comodamente dal soggiorno di casa o quasi.
Minima spesa, massima resa.
Il sogno si concretizza finalmente all'inizio di questo Febbraio quando la label licenzia l'album su scala planetaria, così che a due mesi di distanza dall'uscita possiamo valutarne meglio il punto di caduta, al di là del buzz giornalistico e copie promo.
"Uppers" non rappresenta solo il frutto della dedizione assoluta di Charlie Drinkwater & Co ai tempi della Pandemia, ma anche l'ultima produzione - in termini temporali - della "nuova" onda Post Punk che da qualche anno, ormai, sbraccia sul mercato discografico da entrambe le sponde dell'Atlantico: Idles, Shame, Fontaines D.C. (l'artwork del loro ultimo album è appunto opera di Charlie che nella vita fa l'art director) per il Regno Unito, Protomartyr e Bambara dalla parte statunitense.
Le suggestioni dei quali vengono facili da rintracciare nelle dodici canzoni in scaletta, dove "nuovo" e "meno nuovo" (Fall, Editors, Gang Of Four, Bloc Party, Joy Division) convivono amabilmente, creando un ecosistema sonoro al tempo stesso sostenibile e dissonante, come il genere suggerisce.
Il che se dal punto di vista stilistico dimostra coerenza e pragmatismo, da quello del mero ascolto musicale non aggiunge nulla - o quasi - a ciò che già conosciamo e apprezziamo del filone in chiaroscuro.
La voce carismatica di Charlie, posseduta a sprazzi dallo spirito declamatorio di Mark E. Smith, è l'architrave attorno a cui ruota tutto il resto: la sessione ritmica serrata e marziale - con punteggiatura motorik - di Nic Bueth (basso e synth) ed Ed Kelland (batteria), i fraseggi al vetriolo di Alex Sprogis (chitarra) e, soprattutto, le liriche tese e affilate che il frontman plasma per annichilire l'establishment e scandagliare il vissuto personale.
"Saintless", posta in chiusura di sessione, configura con nettezza la summa espressiva dei TV Priest, sintetizzandone allo stato dell'arte la personalità multisfaccettata.
La lunga e sofferta cavalcata intimista, giostrata su un crescendo sonico di rara intensità, vale infatti da sola l'acquisto dell'intero album, oltre a essere la mia traccia preferita, imponendosi di misura su una manciata di altre quasi altrettanto magiche.
Nonostante l'hype revivalistico, e il "già sentito" ampiamente metabolizzato da noi fruitori scafati, "Uppers" si merita come minimo il "piazzamento" sul podio tra le ultime produzioni della (cosiddetta) bolla post post-punk, grazie al buon equilibrio delle sue proporzioni: è solido, profondo, organico, ordinato, convincente, sincero.
Ora attendiamoli dal vivo.
Buon ascolto!
Ascolta: "The Big Curve", "Journal Of A Plague Year", "Slideshow", "This Island", "Saintless".
Davide Monteverdi.
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lunedì 8 febbraio 2021
Kiwi Jr.: "Cooler Returns" (Sub Pop, Cd 2021).
Ho già detto che la Sub Pop non sbaglia un colpo da tempo immemore?
E con l'acquisizione nel proprio roster dei Kiwi Jr. la label di Seattle conferma la linea virtuosa del suo scouting, sempre più indirizzato a percorrere coordinate musicali ad ampio spettro.
Con "Cooler Returns" - secondo album ma a tutti gli effetti vero e proprio esordio "da grandi" - il quartetto canadese sbanca a ogni livello, mettendo a fuoco il paradigma espressivo già utilizzato nel precedente "Football Money": liriche grottesche dai sottintesi ironici e ficcanti, atmosfere disimpegnate e festaiole, jangle chitarroso a suggellare canzoncine dal respiro "pop". Il tutto sublimato dall'attitudine di chi sul palco - a breve, si spera, torneranno i concerti - spruzzerà sangue e sudore pur di far innamorare perdutamente il pubblico, abbeverandosi con avidità alla fonte del miglior college rock di sempre.
I Kiwi Jr. se la giocano (quasi) alla pari con i Rolling Blackouts Coastal Fever, seppur meno lineari a livello compositivo, ma l'immaginario è proprio quello lì. Sempre alla ricerca sfrenata della melodia perfetta, del ritornello che ti fa piangere dall'emozione e, soprattutto, della credibilità che li consacri eredi naturali della tradizione "indipendente" americana.
Freschezza e coolness non difettano di certo al quartetto dell'Ontario.
Le tredici canzoni di "Cooler Returns" incorniciano alla perfezione le tappe di un percorso costellato di meraviglia e dejà vu, dove i conflitti sono stemperati a colpi di birre e risate e le svisate malinconiche vengono richiamate all'ordine prima di far danni, ribadendo ancora una volta - ma è necessario? - quanto possa essere totalizzante (e soddisfacente) la dedizione nei confronti di talune sonorità.
In poco più di 36 minuti la band di Toronto, guidata dalla voce di Jeremy Gaudet, dà fondo a tutta la creatività disponibile. Mixando elettrico e acustico, power pop e sensibilità, iniettando qua e là parti di armonica e piano, percussioni e organo, con Pavement e Modern Lovers infilzati nel cuore.
Un cuore grande e generoso, con spazio a sufficienza per accogliere anche altri invitati al party, ingresso libero consumazione obbligatoria: Kinks, Monochrome Set, Barracudas, Wipers, R.E.M, Strokes, Feelies, Replacements, Weezer, Parquet Courts, Replacements i primi che rispondono all'appello.
"Cooler Returns" è il compendio ideale per tuffarsi a piedi pari nella marea sonica che monta, meglio se in una torrida giornata estiva, mollando infradito e passato prossimo sulla battigia con un ghigno beffardo.
Jeremy, Brohan, Mike e Brian (già negli Alvvays) hanno scritto uno degli album più empatici, coinvolgenti e solari di questo inizio 2021 - merito della sinergia cesellata in studio con Graham Walsh (Metz, Bully) - consegnando di fatto la pandemia all'oblio che merita.
ASCOLTA: "Undecided Voters", "Highlights Of 100", "Cooler Returns", "Omaha", "Waiting In Line".
(Foto: Warren Calbeck)
Davide Monteverdi.
lunedì 28 dicembre 2020
METZ: "Atlas Vending" (Sub Pop, Cd 2020).
C'è un che di catartico che scaturisce dall'ascolto di "Atlas Vendor".
Un pugno in faccia con il potere, non indifferente, di disinfettare le sinapsi e attivare simultaneamente i lobi cerebrali.
Il quarto album del power trio canadese - originario di Ottawa e oggi in pianta stabile a Toronto - conferma infatti il suono spigoloso, ossessivo, claustrofobico dei lavori precedenti, ma lascia anche intravedere - per la prima volta nel cursus honorum dei Metz - un tentativo strutturale di melodia e accessibilità delle composizioni. Detto così, per chi conosce i loro trascorsi sonici, può anche far sorridere la cosa.
La (presunta) patente di "maturità" che viene affibbiata ogniqualvolta gli artisti evolvono, smettendo di punto in bianco i panni di "giovani" caotici e impertinenti per diventare "adulti". Come se occorresse scusarsi pubblicamente mentre l'estetica musicale muta in maniera via via più ordinata, potabile e articolata.
I fan si considerino avvisati.
Sono queste le dinamiche primordiali che attraversano le 10 canzoni del combo - vera e propria escalation concettuale tra nascita e morte, amore e alienazione, redenzione e psicosi da social media, tensioni sociali e autoconservazione - legate indissolubilmente in un perimetro predefinito, ora di ampio respiro.
Dove l'ordito degli strumenti si esalta in progressione per tutti i (quasi) 40 minuti di durata dell'album.
La chitarra lancinante di Alex Edkins diventa un tutt'uno con le liriche impastate di nichilismo e impellenza, la batteria di Hayden Menzies pulsa metronomica e marziale, il basso di Chris Slorach è tellurico e funzionale alla sezione ritmica con riempimenti e latenze improvvisi, conferendo ad "Atlas Vendor" quadratura ed essenzialità preziose a farne l'opera miliare dell'intera discografia.
Un occhio al presente, uno al passato.
I fraseggi angolari, gli orizzonti mercuriali, la furia postcore e le volute noise quelli restano - eccome se restano - ma l'equilibrata co-produzione di Ben Greenberg, e il lavorio in studio di Seth Manchester, ci restituiscono la fotografia di una gruppo mai così dinamico e intenso, consapevole dei propri mezzi e artisticamente rivolto a nuovi sviluppi.
E' il 9 Ottobre 2020 quando i Metz e la Sub Pop - a 8 anni precisi dal loro esordio discografico - buttano sul mercato la miglior colonna sonora possibile per l'annus horribilis che stiamo vivendo.
Coincidenza?
Crocevia?
Destino?
Certo è che i loro riferimenti musicali, seppur destrutturati e diluiti nel minutaggio, affiorano ripetutamente nella loro riconoscibilità sanguigna: Jesus Lizard, Shellac, Sonic Youth, Dischord, Amphetamine Reptile e - come no - Nirvana.
Motivi di vanto che con tenacia si sostituiscono ai mormorii, una sfida decisa agli appunti velenosi che li hanno accompagnati per tutta, o quasi, la loro carriera.
"Atlas Vendor" è dunque una porta che si apre su orizzonti lontani, il sapore dell'orgoglio e dell'identità espressiva ormai stabilizzata in tutte le sue componenti, uno specchio esploso che rimanda l'immagine caleidoscopica di un trio coeso ma polimorfo.
L'apparenza di questo enorme lavoro non deve essere però fraintesa: non c'è nulla di consolatorio o che odori un minimo di pacificazione qua, non c'è alcuna velleità "pop" o lieto fine.
Al di là del nuovo ordine "melodico", infatti, è la costante tensione psicologica a sublimare ascolto dopo ascolto.
Nonostante due capolavori come "No Ceiling" e "A Boat To Drown In" ambiscano a riportarci a galla: il primo un essenziale e fulmineo dejà vu, il secondo un'inaspettata cavalcata (quasi 8 minuti) dove "Daydream Nation" e lo Shoegaze copulano con reciproca soddisfazione sui titoli di coda.
ASCOLTA: "Pulse", "Hail Taxi", "Framed By The Comet's Tail".
Davide Monteverdi.
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sabato 21 novembre 2020
Loma: "Don't Shy Away" (Sub Pop, Cd 2020)
Ci sono album che nascono e crescono all'ascolto in una dimensione tutta loro.
Fuori da qualsiasi coordinata spazio temporale.
Intrisi da attimi di magia che li trasportano in un universo psichedelico, nel vero senso della parola, dove tutto cristallizza e ha la perfezione geometrica che la natura concede alle sue opere d'arte.
"Don't Shy Away" - secondo lavoro del trio texano su Sub Pop - rientra a pieno titolo in una delle mie categorie preferite, i "Dischi Della Domenica", che racchiude gemme multicolori dalla provenienza più che eterogenea ma con un denominatore comune: essere la perfetta colonna sonora - per musicalità, immaginario emotivo, velocità rarefatte - di una qualsiasi domenica mattina, ovvero La Giornata per antonomasia, in quel lasso di tempo impagabile tra la colazione con gli occhi pesti e la liturgia del pranzo. Un globulo musicale pacato e sensuale, totalmente autosufficiente dentro la marea caotica e dispersiva della geografia circostante fatta di vasche sul corso e campane a festa.
Indifferente al caldo estivo o alla bruma autunnale, posizionato in un luogo confortevole più vicino al cuore che alla testa.
Emily Cross, Dan Duszynski, Jonathan Meiburg (leader degli Shearwater) - destinati ad altre traiettorie individuali dopo il primo album e lo sfiancante tour a corollario - interpellando una pletora di amici musicisti e sulla scia dell'endorsement poderoso di Brian Eno - certo, proprio QUEL Brian Eno che produce e arrangia "a distanza" la chiusa dell'album "Homing" con la cifra minimalista e synthetica che lo caratterizza - decidono di ritrovarsi ancora una volta in studio e figliano, grazie al consolidato rito collettivo di scrittura e composizione, undici nuove canzoni traboccanti di entusiasmo vitale, ispirazione, eleganza, introspezione e afflato esoterico.
Tracce che decantano su pregiati quanto asciutti tappeti strumentali, abbacinati dai vocalismi rarefatti di Emily, posseduta in parti uguali da Beth Gibbons, Liz Fraser, Goldfrapp e Lisa Gerrard.
"Don't Shy Away" si manifesta, nel suo incedere flemmatico e talvolta altero, come possibile variabile sciamanica dell'Indie Rock targato Sub Pop, grazie alle eteree orchestrazioni di fiati e synth che pavimentano la via verso una nuova configurazione mistica della quotidianità.
E, comunque lo si guardi e lo si ascolti, è un bel malloppo per questi mesi disagiati dove riscoprire/riscoprirsi diventa un imperativo per molti, al netto del principio di libero arbitrio.
Quindi ben venga questa sensuale compagnia sonica qualora si sposi con una tazza di caffè nero e orizzonti pieni di sogni, perchè altrimenti sarebbe tutto davvero troppo complicato.
Ascolta: Half Silences, Given A Sign, Blue Rainbow, Homing.
Davide Monteverdi.
mercoledì 29 luglio 2020
WASHED OUT: "PURPLE NOON" (Sub Pop, Cd 2020).
In principio "Purple Noon" era schedulato in uscita per la tarda primavera, poi il mondo si è capovolto - come tutti sappiamo - costringendo la Sub Pop a rivedere le proprie scadenze e posticipare, così, al 7 agosto il suo lancio sul mercato.
Lavoro intestato in ogni sua parte al talentuoso Ernest Green - solo il mixaggio è demandato al fido Ben H. Allen - sancisce il ritorno alla scuderia di Seattle dopo la breve parentesi Stones Throw, per "Mister Mellow", e un silenzio discografico durato 3 lunghi anni.
Silenzio a quanto pare costruttivo - solo qualche collaborazione "pesante" in giro la cui influenza si farà sentire - anzi, a posteriori fondamentale per sintetizzare le suggestioni raccolte strada facendo e in seguito redistribuite, con rara sensibilità, in ognuna delle 10 tracce.
"Purple Noon" nasce come organismo pulsante, una sorta di work in progress dove Washed Out sperimenta la fascinazione recente per il Modern Pop senza inibizioni: prima raffinando l'approccio alla produzione mai così cristallina, poi tastando differenti latitudini musicali nel tentativo di disegnare una traiettoria mainstream (umanamente) sostenibile, infine regalando inesplorate profondità emotive alla composizione dei testi.
E tutto, vale a dire proprio tutto di questo lavoro, origina dall'Amore nel suo complesso ventaglio di epifanie in collisione. Ascesa e decadenza, passione e perdita, approcci ingenui e delusioni fulminanti, convergenze inattese e doloroso oblio.
Green, però, è bravissimo a smarcarsi dai clichè che banalizzano il quotidiano dell'universo Pop. Ne esorcizza ogni stanca consuetudine abbigliandola a festa e ci costruisce, con sagacia e dovizia di particolari, una dimora accogliente per le proprie riflessioni sentimentali.
Insomma, questo 4° album è il preciso "Qui E Ora" del genietto di Atlanta: sinuoso, sontuoso, immersivo, empatico e incredibilmente scorrevole dal primo all'ultimo minuto.
Una miscela letale di beat rotondi in chiaroscuro dal retrogusto salmastro, i cui bassi regimi imbrigliano a stento le pulsioni che fremono sottopelle, dove l'immaginario sonoro corre agile tra atmosfere patinate dai trascorsi suggestivi, ma riconsiderate con piglio futuristico.
"Purple Noon" si candida al titolo di album più accessibile e colorato di Washed Out già dalla copertina manifesto, omaggio minimalista all'ispirazione guida del momento: l'eleganza senza tempo del Mediterraneo in tutte le sue mille sfaccettature. Poteva forse esserci uno sfondo migliore per questa manciata di istantanee musicali?
Intenso.
Ascolta: "Face Up", "Paralysed", "Game Of Chance", "Hide".
Davide Monteverdi.
lunedì 22 giugno 2020
Shabazz Palaces: "The Don Of Diamond Dreams" (Sub Pop, Cd 2020).
A Ishmael Butler e a Tendai "Baba" Maraire non riuscirebbe qualcosa di basico neanche se ci provassero con tutte le loro forze.
Anzi, il percorso musicale degli Shabazz Palaces si arricchisce a ogni episodio di nuove visioni trascendentali proiettate in un futuro cosmico sempre più stratificato, dove gli incroci tra cultura Afro, Hip Hop, R&B, Jazz, Dub, Soul e Funk si dilatano all'inverosimile inglobando suggestioni sia dal passato che dal presente.
Se negli album precedenti le influenze acclarate del duo di Seattle rispondevano a nomi leggendari come Miles Davis, Sun Ra, George Clinton, Pharoah Sanders e Alice Coltrane in "The Don Of Diamond Dreams" la principale fonte d'ispirazione - sbandierata in tutte le interviste con malcelato orgoglio paterno- è Lil Tracy, principe della scena Emo Rap nonchè figlio prediletto di Ishmael, che di nome fa Jazz tanto per capirci.
L'apporto di sangue fresco fa progredire sensibilmente il progetto, inoculandogli quella contemporaneità nei beat e nelle rime - a botte di autotune distorto e trap lunare - che se da un lato appaga l'insaziabile fame di innovazione di Butler, dall'altro cerca di far breccia nei cervelli dei nuovi flippati di device e social media.
Per fortuna le nuove virate si integrano al meglio con la rotta musicale già tracciata, senza minimizzarne l'intensità in alcun modo.
Si conferma così l'incredibile complessità delle tessiture sonore e concettuali alla base del nuovo lavoro. Complessità che si esplicita nel soundclash di rara compiutezza tra analogico e digitale, tra fenomenali musicisti in carne e ossa, featuring, e synth iperuranici, tra quotidianità metabolizzata e pellegrinaggi ultraterreni.
"The Don Of Diamond Dreams" è la narrazione affascinante - 10 tappe in tutto - di un viaggio avventuroso nelle potenzialità dell'impensabile: siamo ormai oltre l'hip hop astratto cui gli Shabazz Palaces ci hanno abituato in passato e a un soffio dalla (meritata) consacrazione nei libri di storia della Grande Musica.
Ascolta: "Ad Ventures", "Bad Bitch Walking", "Reg Walks By The Looking Glass".
Davide Monteverdi.
lunedì 1 giugno 2020
Rolling Blackouts C.F.: "Sideways To New Italy" (Sub Pop, Cd 2020).
Il 5 Giugno esce - finalmente - il nuovo album dei Rolling Blackouts C.F. e saranno momenti di godimento vero e meritata spensieratezza. La cristallizzazione sociale del Lockdown che si sgranchisce pian piano nella Fase 2, il cuore in panne, il desiderio - da far scoppiare la testa - di danze sfrenate ed empatie diffuse rivendicavano una colonna sonora di sole e chitarre che la band di Melbourne ci elargisce qua a piene mani.
E non è un caso che la data scelta sia proprio questa - un momento storicamente complicatissimo e programmaticamente incerto - al netto di ripensamenti ed elucubrazioni affaristiche, tanto forte era la necessità di dare una forma finita il prima possibile a mesi di lavoro durissimo. Come a sancire, in via definitiva, la contrapposizione netta tra il "Mondo Prima" e il "Mondo Dopo" con la testa leggera già proiettata alla fase successiva.
Il tour in giro per il mondo a promuovere "Hope Downs", il processo creativo, le sessioni in studio, la lontananza da casa e dalla quotidianità degli affetti, infine la pandemia hanno fatto il resto.
"Sideways To New Italy" diventa così un romantico diario di viaggio, interiore e geografico, articolato - con genuina empatia - in dieci episodi dove la doppia sospensione spazio-temporale/emotiva si racconta col linguaggio che i Rolling Blackouts C.F. hanno imparato ad affinare in maniera impeccabile: la coralità
Le tre chitarre di Tom, Joe (White) e Fran si incrociano, si annusano, si sfidano - così come le voci e le rispettive liriche - rincorrendosi sulla base ritmica che Joe (Russo) e Marcel ricamano con potenza e precisione, affidando alle melodie - mai così cristalline - il compito di chiudere il cerchio emozionale tra potenziali instant hit e ballate da college radio.
E' una storia che profuma di vita vera iniziata nel villaggio sperduto di New Italy, metabolizzata in Italia - ormai meta prediletta del quintetto - e conclusa col caldo abbraccio del ritorno in Australia.
Un vagabondare iniziatico le cui tappe non ci sono poi così estranee: mettersi in gioco, perdersi, ritrovarsi.
Davvero una sensazione di piacevole appagamento constatare quanto la band abbia mutato pelle in questo tragitto, affrontando il nuovo album con il piglio dell'artista consumato, senza però rinnegare l'urgenza espressiva degli esordi.
I Rolling Blackout C.F. si confermano una solida certezza del panorama "Indie Rock" e pronti, ora più che mai, a sfidare il Mondo a suon di canzoncine strepitose.
L'ultimo capitolo credibile, in ordine di tempo, di un Paese che raramente ci ha deluso in campo musicale.
Da ascoltare a ripetizione fino ad avvenuta fusione del supporto!
Ascolta: "The Second Of The First", "The Only One", "Not Tonight".
Davide Monteverdi.
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giovedì 23 aprile 2020
The Homesick: "The Big Exercise" (Sub Pop, Cd 2020).
Gli Homesick sono formalmente un trio - alla bisogna si aggregano altri musicisti per completare il suono della band - olandese messo sotto contratto nientemeno che dalla Sub Pop la quale, come più volte articolato in passato, ha sviluppato un fiuto infallibile nell'arricchire e diversificare il proprio catalogo, aprendo a soluzioni musicali talvolta eterodosse, ma pregevoli sotto molti punti di vista.
Rientrano in questa categoria i kids di Dokkum che con "The Big Exercise" confezionano un esordio per la label di Seattle che è un pò la sorpresa - in positivo - dei primi mesi dell'anno.
Reduci da un primo album "Youth Hunt" ( per la indie label Subroutine) che già diceva parecchio del loro manifesto estetico seppur declinato in maniera acerba e con focus ondivago, in questo nuovo lavoro di studio si superano alla grande.
In meno di 3 anni sono infatti riusciti a compattare suoni e idee, a renderli organici e fruibili, secondo un'interpretazione molto personale del concetto di musica "Pop", che dovrebbe essere in primis veicolo di Bellezza condivisa senza necessariamente scendere a patti con i trend del momento.
In " The Big Exercise" c'è tutta questa tensione artistica e ideale, la si avverte sulla pelle, canzone dopo canzone, in un esplosione policroma dall'impatto devastante.
Merito della produzione accurata e matura, certo, ma anche - e soprattutto - della conflagrazione di mille coordinate sonore che contribuiscono a rendere magico il prodotto finale, super divertente da ascoltare a ripetizione e di difficile catalogazione "atmosferica".
In " The Big Exercise" resiste la scia post punk/wave, si odorano rarefatti effluvi prog e psichedelici, i tentativi art pop vanno a buon fine così come le impennate chitarristiche, e il melange che ne scaturisce profuma di sole, campi in fiore e amore libero.
Animal Collective, Scott Walker, King Gizzard, Field Music, Beatles, XTC, Monochrome Set, Josef K, Ariel Pink - tra i tanti - sono gli astri luminosi della galassia sonora e compositiva che gli Homesick frequentano con dimestichezza, o almeno così scrivono quelli che di musica ne sanno a pacchi.
"The Big Exercise" è una raccolta di canzoni davvero molto affascinante e con il potere di cambiare il senso di una giornata qualsiasi, per questo merita almeno un ascolto e possibilmente l'acquisto immediato.
Bravi!
Ascolta: "Children's Day", "I Celebrate My Fantasy", "Focus On The Beach", "Male Bonding".
Davide Monteverdi.
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martedì 17 marzo 2020
MOANING: "UNEASY LAUGHTER" (Sub Pop, 2020).
Una Risata Complicata spiegata dalla band che di nome fa Gemendo potrebbe rivelarsi l'incipit perfetto per queste giornate di quarantena dominate dallo spettro del virus.
Infatti non potrebbe nascere una colonna sonora migliore di questa ai tempi della Pandemia, che ha scollegato tutto il fuori per ricablarci dentro, ma al quadrato. Dentro alla nostra quotidianità aumentata, dentro le quattro mura che ci hanno accolto quasi sempre di passaggio, dentro al silenzio introspettivo finalmente senza rumori di fondo. Intenti per una volta ad ascoltare, a capire, ad immaginare quello che era il Prima e che dopo, probabilmente, non sarà più.
I Moaning tagliano il traguardo per primi in questo Marzo 2020 sfigatissimo, imprevisto ed imprevedibile.
Lo fanno spargendo spleen a rullo sui testi - che a sto giro virano sempre più verso una dimensione intimista - cauterizzando ogni tentativo di autoreferenzialità e distillando suoni che ondeggiano malinconici e possibilisti tra Editors e Sound, New Wave e Shoegaze, rincorse e pause splendenti, saturi di sintetizzatori e bassi rotondi alle porte della primavera ufficiale.
Si riaffaccia così alla musica il trio di Los Angeles, guidato dal poliedrico cantante/chitarrista Sean Solomon, con il secondo album "Uneasy Laughter" - in uscita il 20 Marzo - licenziato ancora una volta dalla Sub Pop, label altrettanto flessibile e diversificata nella costruzione del proprio catalogo.
Evolve però il mood generale rispetto all'omonimo esordio del 2018 dettato, con ogni probabilità, dall'anno di sobrietà che Solomon stesso rivendica fortemente ovunque sia possibile e a cui la band paga pegno su due fronti: da una parte la maggiore lucidità compositiva, dall'altra l'attitudine positiva nel relazionarsi emotivamente con gli ascoltatori. Le chitarre finalmente trovano un ordine democratico disegnando trame efficaci che vengono cesellate al volo dalle pelli di Andrew MacKelvie e dalle tastiere gommose - e onnipresenti - di Pascal Stevenson. Queste sì vera e propria chiave di volta - in concorso con le linee vocali di Solomon - nel capitalizzare al massimo il rinnovato manifesto sonico della band.
"Uneasy Laughter" e le sue 13 tracce - in realtà non tutte necessarie a dare un senso al nostro tempo lento e dilatato - si fanno ascoltare con generosità perchè si allontanano, entro ragionevoli margini di sicurezza, dai reflui del Passato per abbracciare un sentimento Pop che ne esalta il bouquet espressivo. Attenta anche la produzione di Alex Newport (Melvins, Bloc Party, At The Drive In) a bilanciare ogni sfumatura, a dare forma compiuta alle canzoni dei Moaning che escono rinvigoriti dal lavoro di studio.
Un impatto che soddisfa tutte le parti in causa, dunque, e che lascia intuire un futuro prossimo in continua evoluzione.
Ascolta: "Running", "Coincidence Or Fate", "Keep Out".
Davide Monteverdi.
martedì 24 settembre 2019
Chastity Belt: "Chastity Belt" (Hardly Art, 2019)
Questo è il giorno ideale, almeno dalla mia finestra, per ascoltare il nuovo album delle Chastity Belt: cielo plumbeo, pioggia fine e incessante, temperatura in calo drastico, e quell'aria indecisa che ogni lunedì assume quando l'estate scivola nell'autunno senza un minimo preavviso.
Eppure in questo omonimo, quarto, album c'è una scintilla a bilanciare le composizioni intimiste e venate di nostalgia postadolescenziale. Una sorta di bagliore al neon che allo stesso tempo ipnotizza e illumina fiocamente una strada priva di pericoli alla vista, rassicurante e stimolante nella sua progressione, proprio come le 10 tracce composte, suonate, e cantate dal quartetto (adottivo) di Seattle.
Julia Shapiro è bravissima a ricreare l'empatia da ostello con le altre componenti della band, a delineare uno spazio aperto e libero dove le confidenze anche scomode scaturiscono senza forzature, dove le voci incrociano gli strumenti senza mai una sbavatura.
"Chastity Belt" è infatti costellato di ormoni e sentimenti, consapevolezza e buoni auspici, s'intuisce perfettamente come il passato sia un necessario bagaglio esperienziale che non tornerà più, nel bene e nel male.
E a testimonianza di questa (sofferta ma imprescindibile) evoluzione esistenziale, anche la forma canzone si spiega con raffinatezza e maturità inaspettate: ecco allora i violini comparire per la prima volta facendo il paio con i synth, poi una maggiore fluidità tra liriche e musiche, e infine la sinergia matematica tra le ragazze quando si smazzano le diverse parti vocali. A dimostrazione di un feeling ritrovato al volo dopo un breve stand by, e conseguenti progetti individuali, nel recente passato.
Due anni di attesa dal precedente "I Used To Spend So Much Time Alone", evidentemente spesi molto bene, ed eccoci qua con una nuova raccolta di canzoni struggenti eppure a loro modo sbarazzine.
Con le chitarre di Julia Shapiro e Lydia Lund a sprizzare quintali di melodie irresistibili e flasback continui e indecisi tra neopsichedelia, new wave, e shoegaze. Con il basso imperioso di Annie Truscott e la batteria metronomica di Gretchen Grimm a puntellare l'intera tracklist, secondo dopo secondo.
"Chastity Belt" è stata davvero una sorpresa inaspettata e gentile: generosa nel dispensare momenti chiaroscurali quanto nel lenire il fallout di certi giorni bigi, dominati dai massimi sistemi e dalle loro conseguenze.
On repeat, dolcezza, on repeat!
Ascolta: "Effort", "Apart", "Split"
mercoledì 28 agosto 2019
Minor Poet: "The Good News" (Sub Pop, 2019).
"The Good News" è l'album principe dell'estate 2019: solare, scintillante, sprizza sorrisi ed energia contagiosa un minuto dietro l'altro, con quel retrogusto vagamente malinconico, da fine campeggio, che ne aumenta a dismisura il tasso empatico.
L'esordio del progetto Minor Poet su Sub Pop, secondo lavoro dopo "And How!" del 2017, è (quasi) completamente a carico del solo Andrew Carter, deus ex machina dietro ad ogni composizione: lui scrive i testi agrodolci che incrociano esperienze personali a tematiche più ampie, suona tutti gli strumenti, produce con grande raffinatezza in compagnia di Adrian Olsen (Foxygen), canta e interpreta con versatilità canaglia che mira dritta al cuore dell'ascoltatore, in ultimo coagula attorno a sè una tour band altrettanto camaleontica con cui calca i palchi in giro per gli States spaccando tutto.
"The Good News" si rivela (dopo ascolti ripetuti e indolenti) un raffinato contenitore di parole ed emozioni, condensate in 22 minuti di orizzonti musicali senza fine, dove il termine "Pop" descrive alla perfezione il percorso virtuoso del folletto di Richmond: trasportare il passato glorioso nel presente globalizzato per renderlo futuro accessibile. Riuscendoci in soli 4 giorni di studio!
E come la chiamereste voi tutta 'sta roba se non "Talento"?
Applausi a scena aperta Andrew, davvero, Brian Wilson e Phil Spector saranno fieri di te, nipote sonico adottivo!
Ascolta: Bit Your Tongue/All Alone Now, Nude Descending Staircase.
Davide Monteverdi
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martedì 9 luglio 2019
VERSING: "10000" (Hardly Art, 2019)
"10000" è il nuovo, secondo, lavoro di studio per il quartetto di Seattle guidato dal carismatico cantante e chitarrista Daniel Salas, che con le sue 13 tracce ci conduce per mano in un passato recente e glorioso. Quegli anni 90 che hanno marchiato a fuoco almeno un paio di generazioni turbolente di teenagers, in un saliscendi schizofrenico tra melodie e rumore, ordine e caos, autodistruzione e catarsi.
Tutti i riferimenti sonori di questo album prendono ossigeno, di fatto, dall'epopea alternative rock di quel decennio, rimodulati però secondo un linguaggio corrente (seppur rispettoso delle tradizioni) declinabile con la sensibilità delle nuove generazioni di ascoltatori.
Le tracce di "10000" scorrono bene dall'inizio alla fine, abbandonando nelle sinapsi schegge elettriche di Pavement, Dinosaur Jr, Sonic Youth e tutta quella roba lì college rock a stelle e strisce, con in più una strizzatina d'occhio alla coeva scena shoegaze psichedelica inglese.
Insomma nulla di nuovo sotto il sole dell'indie sound (tantomeno dalla rigogliosa Seattle), ma "10000" è un album che si fa ascoltare con rinnovata curiosità: di sicuro non impatterà sul corso della storia, ma può ambire a guadagnarsi lo status di gioiellino incompreso all'interno della scena.
Ascolta: "Entryism", "Tethered", "By Design", "In Mind", "Sated".
Davide Monteverdi.
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giovedì 30 maggio 2019
The Gotobeds: "Debt Begins At 30" (Sub Pop, 2019).
Finalmente ci siamo.
Esce tra poche ore "Debt Begins At 30" il terzo album dei Gotobeds, il secondo licenziato dalla Sub Pop di Seattle per essere precisi.
Il quartetto (fieramente) di Pittsburgh, guidato dal cantante/chitarrista Eli Kasan, in questo nuovo lavoro di studio disegna 11 tracce poderose e ben strutturate, dove le istanze post punk incrociano la crema delle sonorità alternative rock di almeno due decenni
Ognuna di esse poi nasce e si sviluppa come collaborazione "naturale" e inclusiva con alcuni dei nomi più interessanti di quel panorama musicale, pescando sia dal presente che dal passato: da Bob Weston (Shellac/Mission Of Burma) a Victoria Ruiz (Downtown Boys), passando per Bob Nastanovich (Pavement) fino all'accoppiata Joe Casey/Greg Ahee (Protomartyr), solo per nominare quelli maggiormente conosciuti e condivisi.
Insomma "Debt Begins At 30" si dimostra un progetto ben ponderato, strutturato perchè il risultato finale sia vincente sotto tutti i punti di vista e dove la sommatoria supera magicamente l'insieme dei singoli addendi.
I Gotobeds, infatti, hanno l'innata capacità di pompare atmosfera nelle loro composizioni, sfruttando il valore aggiunto dei guest senza esserne cannibalizzati, grazie al mix intelligente del vocabolario espressivo dei primi e di una propria personalità creativa giunta a maturazione.
I Gotobeds sono e suonano così.
Con grande libertà, leggerezza e raggio d'azione pressochè illimitato: saltano da un genere all'altro con disinvoltura alternando passaggi urticanti a melodie senza tempo.
Bravi!
Ascolta: Slang Words, Poor People Are Revolting, Debt Begins At 30, Dross, Bleached Midnight.
Davide Monteverdi
giovedì 28 febbraio 2019
ORVILLE PECK: "PONY" (SUB POP, 2019).
Esce il 22 Marzo l'esordio di Orville Peck per la sempre più eterodossa Sub Pop di Seattle.
Anche "Pony" infatti rientra nell'operazione (intelligente) della label di incontrare nuovo pubblico e potenziali acquirenti, accaparrandosi le "New Sensations" dell'universo "Alternative" al netto di preclusioni mentali, limiti espressivi e clichè sonori. Strategia che si è rilevata negli anni assolutamente vincente, nonchè caposaldo fondamentale della sua resurrezione post Grunge.
Non si sottrae a questo percorso virtuoso nemmeno il crooner mascherato specializzato nella narrazione di amori spezzati, vendette cariche di ebbrezza, corse nel deserto e risse in bar malfamati che ti si attaccano alla pelle e ti infettano il sangue.
Complice un blend sonico/visivo incredibilmente vario che incorpora le tradizioni country a stelle e strisce e l'immagine uber cool, e vincente, del cowboy 3.0, l'attitude shoegaze e le ballate amniotiche che sembrano uscite dagli script alieni de "La Guerra Dei Mondi" o di "Cowboys & Aliens".
Orville fa di tutto, e di più, nelle 12 tracce che riempiono "Pony" nel vero senso della parola: si sposta dalle Badlands del Nord America al polveroso confine Tex Mex attraversando i Canyon, con in testa l'idea meravigliosa di creare un Golem innamorato tanto di Elvis, Johnny Cash, Chris Isaak e Twin Peaks quanto di mezza 4AD, J&MC, Soft Cell e Feelies, così per dire, sfiorando a tratti il grottesco e caricaturale senza mai cadere, però, nel tranello dell'autoreferenzialità spinta.
Il Cavaliere Misterioso è il James Crumley della situazione.
Solo che al posto di pistole, coca e whisky a fiumi, preferisce alternare silenzi atmosferici alla steel guitar, tamburi inquieti a tastiere e banjo, lasciando che siano loro ad argomentare la quotidianità corrotta.
Insomma "Pony" è così, vagamente citazionista ed altamente erotico.
Prendere o lasciare.
Arriva indenne fino a "Nothing Fades Like The Light", epitaffio perfetto, poi ne riparliamo!
Davide Monteverdi
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domenica 3 febbraio 2019
J Mascis: "Elastic Days" (Sub Pop, 2018).
Il nuovo album di J Mascis funziona esattamente come "quel" maglione di cashmere che ci si tramanda in famiglia.
Di padre in figlio, da fratello a fratello, da indossare nelle occasioni speciali, magari a Natale, oppure quando fa freddo, ma freddo davvero e non solo fuori.
Almeno, per me è stato così con "Elastic Days": un pigro on repeat sul lettore cd per settimane, proprio nel periodo dell'anno dove vincono i bilanci, le classifiche, e le pagine van voltate di forza senza appello alcuno.
Si snocciola con compostezza il 3° lavoro del leader dei Dinosaur Jr in versione solista, seppur accompagnato da vari ospiti tra cui spiccano Mark Mulcahy (Miracle Legion), Pall Jenkins (Black Heart Procession) e Zoe Randell (Luluc), carico com'è di emotività e chitarre, di salite e discese, di abbracci e abbandoni, di sussuri acustici e sbroccate soniche.
E J è dannatamente bravo ad orchestrare il tutto, nel vero senso della parola.
A fornire equilibrio e ordine ai moti dello spirito, alle chiacchiere sulla magia perversa della quotidianità e dei rapporti umani.
"Elastic Days" trova anche una soluzione armonica in se stesso: non c'è chiaroscuro nel suo incedere riflessivo, ma sano intimismo dialettico ricamato (a tratti) dalla Jazzmaster del folletto di Amherst.
Fatemelo dire, questo è proprio un bell'album da ascoltare dal primo all'ultimo suono: d'altronde quegli accordi lì, quella voce lì, possono permettersi qualsiasi cosa senza rischiare più di tanto.
Siamo insomma al nuovo capitolo della "Storia Del Folk Secondo J Mascis", sempre più "Americana" secondo il Vangelo di Neil Young.
Scritta, vissuta, e suonata con un'intensità che difficilmente trova paragoni nel panorama musicale attuale.
Le 12 canzoni di "Elastic Days" scivolano via indolenti in un crescendo che, dopo la doppietta "I Went Dust" e "Sky Is All We Had", trova la perfetta quadratura nella sua seconda metà.
"Give It Off", "Cut Stranger", "Sometimes" ed "Everything She Said" sono, infatti, episodi che brillano di luce aliena capace di trasportarti dove tutto sembra possibile, persino l'Amore nei giorni grigio ferro!
Davide Monteverdi
venerdì 4 gennaio 2019
Green River: "Dry As A Bone" + "Rehab Doll" (Sub Pop 2019 Deluxe Editions, Cd)
Si può dire che tutto sia iniziato da qui, da quel lontano 1984.
Un gruppo di amici senza particolari abilità creative e compositive che inconsapevolmente, insieme, cambieranno le rotte della nuova musica alternativa mondiale.
Questo erano in realtà i Green River: punk hardcore a tempo (quasi) scaduto e grunge in fasce, con quella miscela zozza e slabbrata di melodia e rumore, ballate lunari e chitarre anarchiche, Black Sabbath e Black Flag, che verrà subito dopo canonizzata con successo planetario da Nirvana e Soundgarden.
La Sub Pop, con l'ennesimo colpo di genio, ristampa all'inizio di questo 2019 l'intera "discografia"della band capostipite del Seattle Sound con la supervisione del producer originale Jack Endino e in versioni dopate e deluxe, sia in cd che in vinile dopo moltissimi anni: l'Ep "Dry As A Bone" del 1987 e l'album "Rehab Doll" del 1988, usciti accorpati in un cd unico 3 decenni fa circa e oggi presentati con gustosissimi extra a corredo, tra cui una versione "Loser Edition" su prenotazione e limitata in doppio vinile colorato (oltre a quella in normale doppio vinile nero) per ciascuna uscita.
Davvero un'operazione curata nei minimi particolari tecnici e filologici e, forse, necessaria per ribadire alle nuove generazioni (sempre che gli interessi qualcosa di buono) e ai nostalgici completisti quelli che furono i prodromi di una stagione musicale gloriosa, ovvero l'esplosione del Grunge su scala mondiale.
I Green River senza saperlo furono il primo supergruppo di Seattle, capitanato da tali Mark Arm, Stone Gossard e Jeff Ament che si divisero l'intera scena con alterne fortune nei Mudhoney, Mother Love Bone, Temple Of The Dog e Pearl Jam.
Si sciolsero nel 1988 (freschi di "Rehab Doll" appena licenziato) per le solite, banali, divergenze artistiche: Ament e Gossard alla ricerca della fama imperitura ed economicamente vantaggiosa da una parte, Mark Arm dall'altra con la sua proverbiale ostilità ai diktat del mercato e dell'hype.
Perchè ad essere sinceri accesero sì la miccia del futuro prossimo venturo, ma vendettero pochissimo nell'immediato e le profonde frustrazioni ebbero il sopravvento su tutto e tutti.
Il resto è storia contemporanea, un pò usurata dai tempi, ma che mantiene un fascino discreto difficilmente riscontrabile negli attuali fenomeni sociomusicali.
Ai Green River dobbiamo anche la diffusione del termine Grunge utilizzato all'epoca dal boss della Sub Pop, Bruce Pavitt, per la promozione di "Dry As A Bone" sul territorio statunitense.
Dunque cosa aggiungere ancora su questa fantastica doppietta foderata di rare e gustose chicche, tra mix aggiornati, demo, featuring da compilation introvabili, cui va tutto il mio amore e la mia malinconia? Che trattasi di opera imprescindibile da acquistare e sparare a volume 10 sullo stereo di casa? Che Seattle non è mai stata così vicina? Che la Sub Pop spacca? Io me la sfango con una leggera predilezione per le atmosfere più rauche ed acerbe di "Dry As A Bone" rispetto all'evoluzione allucinata del pacchetto "Rehab Doll", "Swallow My Pride" compresa.
Io per una volta c'ero o quasi e questo già mi sollazza, al di là di gusti e visioni del tutto personali.
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