mercoledì 3 marzo 2021

A FISTFUL OF AREA PIRATA 2021.

 Inizia col botto il 2021 per la famigerata label toscana Area Pirata che a Febbraio lancia sul mercato due album seminali, rigorosamente su vinile, in edizione limitata deluxe di 300 copie ognuno.


La prima uscita riporta nella disponibilità di fan vecchi e nuovi "Shaking Street", il secondo album dei Sick Rose, uscito originariamente nel 1989 e noto per la sua cronica irreperibilità.
Fu l'album della "consapevolezza" per la leggendaria garage band di Torino, già in fortissima ascesa nel panorama italiano e internazionale dopo "Faces" con cui debuttarono nel 1986, che qui rimodulò il proprio suono indirizzandolo verso territori rock più stradaioli e muscolari rispetto agli esordi, allora intrisi di sacro furore sixties punk dal sapore adolescenziale.
Il titolo è un (ovvio) tributo ideale agli MC5 periodo Back In The Usa - in scaletta trovate ben due versioni della loro "Shaking Street" - e all'immaginario detroitiano che dilagò un pò dappertutto dalla metà dei '70 in poi, ma anche (e soprattutto) manifesto di affrancamento stilistico prima immaginato e poi trascritto on the road. Tra furgoni scalcinati, concerti selvaggi, notti insonni e percorsi esistenziali non sempre indolori.
Trentadue anni dopo eccoci qua.
Con la splendida ristampa gatefold laminata in mano e una tracklist che si arricchisce di due bonus track - passando così dalle originali dieci tracce alle attuali dodici (tra episodi autografi e cover) - da cui trasuda ancora irruente e primordiale tutta l'energia della band, cavalcata a pelo dalla voce ispida e nevrotica di Luca Re.
"Shaking Street" è stata, e si conferma a tutt'oggi, una delle pagine musicali più belle e genuine della cultura underground tricolore - oserei dire - di sempre.
Uno sguardo tanto suggestivo quanto inebriante sugli "altri" anni '80.
Quelli che ambivano a smarcarsi dal fosco retaggio della storia recente ridisegnando l'altrove e invocandolo per nome senza paura: Futuro! 

Ascolta: "Little Girlie Girl", "A Kiss Is Not Enough", "Little Sister". 




La seconda uscita invece ci catapulta di peso nella New York tossica e violenta dei primi anni '80.
Quando i rottami del punk venivano fagocitati dalle avanguardie hardcore e il CBGB era in verticale sulla rampa di lancio della mitologia spiccia.
Nel mentre, negli antri oscuri delle sale da concerto, si aggiravano pierrot assassini con le facce d'angelo, ubriachi di 1966 e Charles Manson, fuzz fluorescenti e mani guantate di nero.
In questo caso erano 5 i reflui di suburbia, figli bastardi della Grande Mela con l'istinto killer per la musica dimenticata, l'unico caos che frequentavano davvero. 
Erano gli anni in cui i dropouts riscoprivano l'altra faccia della Summer Of Love.
Quella sanguigna e strafottente delle college band, dei miti mai diventati tali per i giornaletti dei parrucchieri.
Si chiamavano Outta Place e senza saperlo contribuirono a innescare la miccia (insieme a Fuzztones, Chesterfield Kings, Unclaimed e pochi altri) del cosiddetto Garage Punk Revival.
Il primo. Il più devastante.
Una febbre globale destinata a inebriare non solo quel decennio complicato e schizofrenico, ma a rovesciare i propri effluvi anche sui successivi.
"Prehistoric Recordings" è, in soldoni, il precipitato emotivo di tutto ciò e molto di più.
Per esempio i dieci brani grezzi e sguaiati dell'infame demotape che Mike Chandler e soci incisero nel 1983 - da cui J. D. Martignon estrasse i sette che traghettò alla Midnight Records per trasformarli nel Mini "We're Outta Place" - e soprattutto, questa sì è la chicca della release, i quattro brani registrati dal vivo al The Dive nel Marzo del 1984 aggiunti alla tracklist originale.
Chiudono definitivamente la partita la copertina super psych disegnata da Bastian Troger e le note a corredo di Lenny Helsing, dissipando così ogni residua titubanza sull'acquisto dell'album.
Registrazioni in mono che faranno sbavare vecchi fan e completisti ma che, ci auguriamo, aprano squarci nel cuore di qualche giovane teppista delle nuove generazioni.

Ascolta: "What 'Cha' Talking, "We're Outta Place".



Davide Monteverdi.

lunedì 8 febbraio 2021

Kiwi Jr.: "Cooler Returns" (Sub Pop, Cd 2021).


Ho già detto che la Sub Pop non sbaglia un colpo da tempo immemore?
E con l'acquisizione nel proprio roster dei Kiwi Jr. la label di Seattle conferma la linea virtuosa del suo scouting, sempre più indirizzato a percorrere coordinate musicali ad ampio spettro.
Con "Cooler Returns" - secondo album ma a tutti gli effetti vero e proprio esordio "da grandi" - il quartetto canadese sbanca a ogni livello, mettendo a fuoco il paradigma espressivo già utilizzato nel precedente "Football Money": liriche grottesche dai sottintesi ironici e ficcanti, atmosfere disimpegnate e festaiole, jangle chitarroso a suggellare canzoncine dal respiro "pop". Il tutto sublimato dall'attitudine di chi sul palco - a breve, si spera, torneranno i concerti - spruzzerà sangue e sudore pur di far innamorare perdutamente il pubblico, abbeverandosi con avidità alla fonte del miglior college rock di sempre.
I Kiwi Jr. se la giocano (quasi) alla pari con i Rolling Blackouts Coastal Fever, seppur meno lineari a livello compositivo, ma l'immaginario è proprio quello lì. Sempre alla ricerca sfrenata della melodia perfetta, del ritornello che ti fa piangere dall'emozione e, soprattutto, della credibilità che li consacri eredi naturali della tradizione "indipendente" americana.
Freschezza e coolness non difettano di certo al quartetto dell'Ontario.
Le tredici canzoni di "Cooler Returns" incorniciano alla perfezione le tappe di un percorso costellato di meraviglia e dejà vu, dove i conflitti sono stemperati a colpi di birre e risate e le svisate malinconiche vengono richiamate all'ordine prima di far danni, ribadendo ancora una volta - ma è necessario? - quanto possa essere totalizzante (e soddisfacente) la dedizione nei confronti di talune sonorità.
In poco più di 36 minuti la band di Toronto, guidata dalla voce di Jeremy Gaudet, dà fondo a tutta la creatività disponibile. Mixando elettrico e acustico, power pop e sensibilità, iniettando qua e là parti di armonica e piano, percussioni e organo, con Pavement e Modern Lovers infilzati nel cuore. 
Un cuore grande e generoso, con spazio a sufficienza per accogliere anche altri invitati al party, ingresso libero consumazione obbligatoria: Kinks, Monochrome Set, Barracudas, Wipers, R.E.M, Strokes, Feelies, Replacements, Weezer, Parquet Courts, Replacements i primi che rispondono all'appello.
"Cooler Returns" è il compendio ideale per tuffarsi a piedi pari nella marea sonica che monta, meglio se in una torrida giornata estiva, mollando infradito e passato prossimo sulla battigia con un ghigno beffardo.
Jeremy, Brohan, Mike e Brian (già negli Alvvays) hanno scritto uno degli album più empatici, coinvolgenti e solari di questo inizio 2021 - merito della sinergia cesellata in studio con Graham Walsh (Metz, Bully) - consegnando di fatto la pandemia all'oblio che merita.

ASCOLTA: "Undecided Voters", "Highlights Of 100", "Cooler Returns", "Omaha", "Waiting In Line".





(Foto: Warren Calbeck)


Davide Monteverdi.

martedì 26 gennaio 2021

Tony Borlotti E I Suoi Flauers: "Belinda Contro I Mangiadischi Deluxe!" (Area Pirata, Cd 2020).



Venticinque anni (+1) e splendere ancora dei raggi magnifici della postadolescenza non è da tutti.
Ma Tony Borlotti E I Suoi Flauers non sono meteore, nè tantomeno parvenus del rock alternativo italiano, ma pura leggenda - letteralmente - della scena Neobeat Psichedelica italiana.
Una di quelle eccellenze autoctone degne di essere esportate nel mondo, alla stregua delle giacche di Armani o di una Ferrari rosso fiammante.
Motivi più che sufficienti perchè Area Pirata scegliesse di ristampare a Dicembre, come presente per l'illustre anniversario dell'esordio, l'ultimo album della band di Salerno ("Belinda Contro I Mangiadischi" pubblicato originariamente nel 2019) in una lussuosa versione cd digipack e con il titolo leggermente rimaneggiato: "Belinda Contro I Mangiadischi Deluxe!", dove alla tracklist originale sono state aggiunte due tracce dall'Ep "Battuti E Beati" ("Superdonna", "Battuti E Beati") e un paio di succosi inediti scaturiti nel lockdown, poi fissati in studio durante l'illusoria euforia della scorsa estate ("Soli Nella Città", "Falso Giovane").
Le coordinate musicali sono - ovviamente - le medesime, ultimo step di un manifesto artistico dalla coerenza impressionante.
Le diciassette tracce brillano come stelle di un firmamento parallelo e suggestivo, zeppo di capelloni, colori saturi, fuzzismi e Farfisa che volteggiano come francobolli lisergici nel vento radioattivo.
Tutto molto ye-yè, come da manuale.
"Belinda" si riconferma la splendida Polaroid di un'epoca aurea che Tony Borlotti canta con assoluta - e viziosa - dimestichezza, mentre i suoi Flauers strumentalmente sono devastanti.
E allora buon compleanno kids, altre 100 di queste canzoncine letali, e grazie per averci regalato qualche minuto di vero spasso nel buio totale..

ASCOLTA: "Polaroid", "Sono Nei Guai", "Noi Siamo Qui", "Programma Beat".






Davide Monteverdi.

lunedì 28 dicembre 2020

METZ: "Atlas Vending" (Sub Pop, Cd 2020).


C'è un che di catartico che scaturisce dall'ascolto di "Atlas Vendor".
Un pugno in faccia con il potere, non indifferente, di disinfettare le sinapsi e attivare simultaneamente i lobi cerebrali.
Il quarto album del power trio canadese - originario di Ottawa e oggi in pianta stabile a Toronto - conferma infatti il suono spigoloso, ossessivo, claustrofobico dei lavori precedenti, ma lascia anche intravedere - per la prima volta nel cursus honorum dei Metz - un tentativo strutturale di melodia e accessibilità delle composizioni. Detto così, per chi conosce i loro trascorsi sonici, può anche far sorridere la cosa.
La (presunta) patente di "maturità" che viene affibbiata ogniqualvolta gli artisti evolvono, smettendo di punto in bianco i panni di "giovani" caotici e impertinenti per diventare "adulti". Come se occorresse scusarsi pubblicamente mentre l'estetica musicale muta in maniera via via più ordinata, potabile e articolata.
I fan si considerino avvisati. 
Sono queste le dinamiche primordiali che attraversano le 10 canzoni del combo - vera e propria escalation concettuale tra nascita e morte, amore e alienazione, redenzione e psicosi da social media, tensioni sociali e autoconservazione - legate indissolubilmente in un perimetro predefinito, ora di ampio respiro.
Dove l'ordito degli strumenti si esalta in progressione per tutti i (quasi) 40 minuti di durata dell'album.
La chitarra lancinante di Alex Edkins diventa un tutt'uno con le liriche impastate di nichilismo e impellenza, la batteria di Hayden Menzies pulsa metronomica e marziale, il basso di Chris Slorach è tellurico e funzionale alla sezione ritmica con riempimenti e latenze improvvisi, conferendo ad "Atlas Vendor" quadratura ed essenzialità preziose a farne l'opera miliare dell'intera discografia. 
Un occhio al presente, uno  al passato.
I fraseggi angolari, gli orizzonti mercuriali, la furia postcore e le volute noise quelli restano - eccome se restano - ma l'equilibrata co-produzione di Ben Greenberg, e il lavorio in studio di Seth Manchester, ci restituiscono la fotografia di una gruppo mai così dinamico e intenso, consapevole dei propri mezzi e artisticamente rivolto a nuovi sviluppi.
E' il 9 Ottobre 2020 quando i Metz e la Sub Pop - a 8 anni precisi dal loro esordio discografico - buttano sul mercato la miglior colonna sonora possibile per l'annus horribilis che stiamo vivendo.
Coincidenza?
Crocevia?
Destino?
Certo è che i loro riferimenti musicali, seppur destrutturati e diluiti nel minutaggio, affiorano ripetutamente nella loro riconoscibilità sanguigna:  Jesus Lizard, Shellac, Sonic Youth, Dischord, Amphetamine Reptile e - come no - Nirvana.
Motivi di vanto che con tenacia si sostituiscono ai mormorii, una sfida decisa agli appunti velenosi che li hanno accompagnati per tutta, o quasi, la loro carriera.
"Atlas Vendor" è dunque una porta che si apre su orizzonti lontani, il sapore dell'orgoglio e dell'identità espressiva ormai stabilizzata in tutte le sue componenti, uno specchio esploso che rimanda l'immagine caleidoscopica di un trio coeso ma polimorfo.
L'apparenza di questo enorme lavoro non deve essere però fraintesa: non c'è nulla di consolatorio o che odori un minimo di pacificazione qua, non c'è alcuna velleità "pop" o lieto fine. 
Al di là del nuovo ordine "melodico", infatti, è la costante tensione psicologica a sublimare ascolto dopo ascolto.
Nonostante due capolavori come "No Ceiling" e "A Boat To Drown In" ambiscano a riportarci a galla: il primo un essenziale e fulmineo dejà vu, il secondo un'inaspettata cavalcata (quasi 8 minuti) dove "Daydream Nation" e lo Shoegaze copulano con reciproca soddisfazione sui titoli di coda.

ASCOLTA: "Pulse", "Hail Taxi", "Framed By The Comet's Tail".








Davide Monteverdi.


sabato 21 novembre 2020

Loma: "Don't Shy Away" (Sub Pop, Cd 2020)

Ci sono album che nascono e crescono all'ascolto in una dimensione tutta loro.
Fuori da qualsiasi coordinata spazio temporale.
Intrisi da attimi di magia che li trasportano in un universo psichedelico, nel vero senso della parola, dove tutto cristallizza e ha la perfezione geometrica che la natura concede alle sue opere d'arte.
"Don't Shy Away" - secondo lavoro del trio texano su Sub Pop - rientra a pieno titolo in una delle mie categorie preferite, i "Dischi Della Domenica", che racchiude gemme multicolori dalla provenienza più che eterogenea ma con un denominatore comune: essere la perfetta colonna sonora - per musicalità, immaginario emotivo, velocità rarefatte - di una qualsiasi domenica mattina, ovvero La Giornata per antonomasia, in quel lasso di tempo impagabile tra la colazione con gli occhi pesti e la liturgia del pranzo. Un globulo musicale pacato e sensuale, totalmente autosufficiente dentro la marea caotica e dispersiva della geografia circostante fatta di vasche sul corso e campane a festa.
Indifferente al caldo estivo o alla bruma autunnale, posizionato in un luogo confortevole più vicino al cuore che alla testa.
Emily Cross, Dan Duszynski, Jonathan Meiburg (leader degli Shearwater) - destinati ad altre traiettorie individuali dopo il primo album e lo sfiancante tour a corollario - interpellando una pletora di amici musicisti e sulla scia dell'endorsement poderoso di Brian Eno - certo, proprio QUEL Brian Eno che produce e arrangia "a distanza" la chiusa dell'album "Homing" con la cifra minimalista e synthetica che lo caratterizza - decidono di ritrovarsi ancora una volta in studio e figliano, grazie al consolidato rito collettivo di scrittura e composizione, undici nuove canzoni traboccanti di entusiasmo vitale, ispirazione, eleganza, introspezione e afflato esoterico. 
Tracce che decantano su pregiati quanto asciutti tappeti strumentali, abbacinati dai vocalismi rarefatti di Emily, posseduta in parti uguali da Beth Gibbons, Liz Fraser, Goldfrapp e Lisa Gerrard.
"Don't Shy Away" si manifesta, nel suo incedere flemmatico e talvolta altero, come possibile variabile sciamanica dell'Indie Rock targato Sub Pop, grazie alle eteree orchestrazioni di fiati e synth che pavimentano la via verso una nuova configurazione mistica della quotidianità. 
E, comunque lo si guardi e lo si ascolti, è un bel malloppo per questi mesi disagiati dove riscoprire/riscoprirsi diventa un imperativo per molti, al netto del principio di libero arbitrio.
Quindi ben venga questa sensuale compagnia sonica qualora si sposi con una tazza di caffè nero e orizzonti pieni di sogni, perchè altrimenti sarebbe tutto davvero troppo complicato.

Ascolta: Half Silences, Given A Sign, Blue Rainbow, Homing.







Davide Monteverdi.

lunedì 9 novembre 2020

The Ghiblis: "Domino" (Area Pirata, CD ltd. ed. 2020)


Piacenza non è nuova a queste sortite con armi non convenzionali, in fuga da garage diroccati e spiagge radioattive che abbracciano il Po arrossato dai tramonti autunnali manco fosse l'Oceano Pacifico.
Piacenza Beach è un luogo ideale che fonde spirito ribelle e musica esotica, dove strani figuri si muovono sfruttando le ombre di palme plastificate in cerca di onde soniche da cavalcare senza limiti, come se il Domani ci aspettasse al varco con rodei meccanici e falò a perdita d'occhio.
Tra questi dropouts si muove anche un quartetto spregiudicato - quanto epicureo nel godere dei propri misfatti - che esordisce sulla lunga distanza (dopo un ep e un singolo) con l'ottimo "Domino": loro sono The Ghiblis sorta di centrifugato testosteronico e hard boiled di Hermits e Diabolico Coupè, figli della stessa terra e destinati - per linea di sangue - a confermarne l'aura leggendaria.
Undici sono le tracce dell'album, tutte strumentali (e originali tranne "Yesega Wat") e spalmate in poco più di mezzora, che pompano gioia e cazzeggio analogici in questa quotidianità sciagurata dove "Paranoia E Disperazione Sono la Mia Colazione".
Surf Music, Exotica, Lounge, Rock And Roll, Etno Jazz e arzigogoli Poliziotteschi vengono sparati con il riverbero ad alzo zero sulla depressione pandemica, un'allucinazione caleidoscopica che travolge a botte di sax e zigulì lisercici la maledetta nebbia padana, inneggiando però a ben altre latitudini geografiche.
Il Sig. Piero, Nick, Dandy e Zilion sono (ex?) juvenile delinquents da affidare alle patrie galere nella migliore delle ipotesi - o sono, forse, solo anime perdute sulla via della redenzione? Vallo a capire - ma al posto delle solite arance, sosteneteli acquistando uno dei 300 cd gentilmente prodotti dagli adorabili rockers di Area Pirata.
Allora su le mani per The Ghiblis, l'unico vero antivirus con deliziosi effetti collaterali!


Ascolta: La Danza, Morpheus, Slow Grind,  Landing Place, Yesega Wat.


Area Pirata


Davide Monteverdi.

lunedì 31 agosto 2020

Maximilian D.: S/T (Mania Records/Fast Lap, Cd 2019).


Se siete in cerca di musica ruspante e immaginifica siete inciampati nel disco giusto.
Parla del Sud del Mondo - ovunque esso si trovi come luogo ideale dell'anima più istintiva - con quel dialetto lì che congiunge come un orlo di pizzo l'Africa alla Calabria passando per il Delta del Mississippi e i bajou della Louisiana irrorati di spezie cajun e musica del diavolo.
Maximilian D aka Massimiliano Muoio smette i panni di (ex) leader dei N.I.A. Punx e si autoproduce, con il sempre illuminato ausilio di Area Pirata, l'omonimo album che sembra strappato dai sogni umidi di Johnny Cash, Jeffrey Lee Pierce, Calexico e Tom Waits. E soprattutto - cosa non da poco - è al 100% made in Cosenza: dalla backing band (che conta alcuni membri dei Kartoons tra gli altri), agli studi di registrazione, dalla nduja alla label Mania Records che rilascia questo gioiellino di rock rurale ruvido e dannato che guarda alla scena Tex Mex con velleità ancora in via di sublimazione.
Bastano solo un paio di cover sghembe ("Got My Mojo Working", "Blues In My Heart") e 9 tracce originali (intro e outro di "Tijuana" compresi) per veder balenare pistole irrequiete e orizzonti di frontiera, braci di falò improvvisati che irridono la vastità del deserto notturno.
"Maximilian D" si presenta senza fronzoli esattamente per come è: una raccolta cruda e gustosa, i cui suoni ancestrali conflagrano come ruscelli di montagna che ambiscono alla quiete della valle piana. Un rimedio buono per sanare le cicatrici di un cuore indomito da vero rocker.
Per certo siamo al cospetto di un puro atto di amore che plana su latitudini e longitudini lontane come fossero a portata di galoppo, con il potere - oggi non comune - di condividere fotogrammi emozionali in un drive-in di cui nessuno - o quasi - ricorda l'indirizzo.
Al netto di qualche lieve e genuina sbavatura ecco qua il miglior Rock desertico italiano da mò.




ASCOLTA QUI

Consigliate: "Beyond The Valley Of The Dolls", "Rattlesnakes",  "The Place Where My Friends Have Gone",  "Tijuana".



Davide Monteverdi.