mercoledì 18 ottobre 2017

COCKROACHES: "REST IN PIECES" (Area Pirata, Cd 2017)


"Rest In Pieces" è l'album giusto al momento giusto.
O meglio, si avvicina Halloween e la manciata di pezzi che i Cockroaches ci lanciano addosso come sanpietrini, e non perchè siamo bellissimi, incarna la colonna sonora ideale per una notte oscura di balli sciolti ed epilettici.
Psychobilly in your face con un piglio energetico e saturo che recupera il meglio dal passato, superandosi nella reinterpretazione dei classici 3 accordi con perizia, intelligenza e un'attitudine punk/grandguignolesca assai lontana dall'essere stucchevole e ripetitiva e che rappresenta il vero plus dell'album.
Insomma i kids di Roma, ormai quartetto super rodato, buttano sul piatto un upgrade assai "contemporaneo" del genere, al punto tale che non sfigurerebbe in nessuna Battle of the Garage in giro per l'Europa.
Le grafiche dell'album sono accurate e super stilose, il background acclarato fin dall'intro, l'interpretazione sull'orlo dell'esaurimento nervoso di Bandido Maldito è la ciliegina sulla zucca sanguinante: "Rest In Pieces" si rivela dunque un secondo lavoro completo e ben orchestrato in tutte le sue sfumature, featuring compresi, grazie al puntuale apporto strumentale di Mr.Hyde (batteria), Greri (chiattarra) e Labanero (basso).
Pioggia di sangue (farlocco) assicurata e divertimento a go go con gli Scarafaggi aka Cockroaches.






Davide Monteverdi



venerdì 13 ottobre 2017

SUB POP PACK REVUE #01


I Downtown Boys sono una vera bomba ad orologeria.
O meglio il loro "Cost Of Living" deflagra già dall'intro di "A Wall" e così via per tutte le tracce di questo primo lavoro marchiato Sub Pop.
Cantate, urlate, scagliate in your face una per una dalla poderosa voce di Victoria Ruiz.
Sorta di avanguardia sonica e iperpoliticizzata del quintetto di Providence capitanato dal polistrumentista Joey LaNeve DeFrancesco.
Produce e mixa Guy Picciotto e per me potremmo chiudere anche qui.
L'ex Fugazi infatti dona rotondità ed ordine all'impellenza della musica, disegnandola perfettamente intorno alle liriche di pura protesta sociopolitica, trasformando il caos in un ordinato manifesto di sopravvivenza urbano e contemporaneo.
Non facilissimo al primo ascolto "Coast Of Living", poi via via godibile e penetrante fin nei recessi dell'anima.
Insomma un pò Fucked Up, un pò X Ray Spex, un pò Fugazi.
E quando entra il sax di Joe DeGeorge tutto acquista definizione e spessore artistico.
35 minuti scarsi di schiaffi in faccia ben piazzati.






La Sub Pop non sbaglia un colpo nella pianificazione delle sue uscite discografiche ed anche per il 3° lavoro dei Metz riceviamo da Seattle l'ennesima conferma: il sodalizio con il power trio di base a Toronto continua il suo percorso creativo all'insegna della schizofrenia musicale più imprevedibile, e alla faccia di qualsiasi mercato orientato al fighettismo.
I Metz pestano sì come fabbri, ma si rivelano professionisti scafati nel fondere istanze post tutto: post punk, post hardcore, post wave.
Difficili eppure immediati nel loro impasto di liriche e rumore, rivendicazioni e iconoclastia.
Se all'equazione basica aggiungete poi la variabile impazzita al mixer, e che di nome fa Steve Albini, il messaggio arriverà ancora più forte e chiaro, "Strange Peace" è un'arma da maneggiare con prudenza.
Un muro granitico i cui 11 monoliti sono assemblati con grande sagacia e maturità.
Tra Wire, Jesus Lizard, Shellac, Gun Club e pochi altri in un continuum spazio/tempo che  affascina e disturba in ugual misura.







Davide Monteverdi.


martedì 3 ottobre 2017

LALI PUNA: "TWO WINDOWS" (Morr Music, cd 2017)


Si è presa un pò di tempo Valerie Trebeliahr per licenziare "Two Windows", 7 anni dal precedente "Our Inventions" possono sembrare un'infinità nel 21° secolo, e soprattutto per curarne la gestazione ancora una volta per la fidata Morr Music dopo la doppia, sofferta, separazione da Markus Archer (Notwist), compagno di vita e membro di un certo peso all'interno della band.
Nonostante tutto la compagine di Monaco impatta discretamente nel 2017, regalandoci un 5° album teso al ritmo, al rinnovamento graduale mantenendo però uno sguardo attento alle origini.
Scorrendo la tracklist e le note informative non passano certo inosservate le prestigiose collaborazioni, vecchie e nuove, che hanno dato il La a una parte consistente del nuovo corso: Dntel, Radioactive Man, Mary Lattimore e MimiCof tutti con una traccia a testa.
Sempre di Indietronica si tratta, delizioso e desueto vocabolo anni 2000, dai canoni estetici meno rarefatti e sussurrati rispetto ai lavori precedenti: un'evoluzione che sorprenderà in positivo i fan dei Lali Puna lasciando piuttosto tiepidi tutti gli altri, quelli che per intenderci si avvicinano a queste atmosfere in cerca di un feedback immediato.
"Two Windows" infatti è sì gradevole, di facile ascolto, concettualmente leggero e solare, ma passa via senza incidere realmente, senza mordere lo spirito e/o il cervello.
Certo, sono minuti di svago orizzontale  quelli che scorrono con "Two Windows", "The Frame", "Her Daily Blank", "Byrds Flying High" e la cover versions di "The Bucket" (Kings Of Leon), ma che regalano un retrogusto di persistente insoddisfazione. Un mix letale tra "il fuori tempo massimo" di una progetto come "Two Windows" e la forma muzak di molte sue tracce, una sorta di tappezzeria senza contesti ben precisi cui adattarsi.
Probabilmente ci vorranno altri 7 anni per ottenere risposte sensate a questi arcani, magari con il 6° album di Valerie & Co. Nel frattempo sopravviveremo comunque, e bene, nonostante i Lali Puna e l'inquieta  Morr generation.








Davide Monteverdi


giovedì 28 settembre 2017

IRON & WINE: "BEAST EPIC" (Sub Pop, cd 2017).



"Beast Epic" è un album delicato, intimo, vellutato, emotivo, centellinato con grazia e stile, contrastato sotto la pelle e talmente comodo in quella zona vicino al cuore, che il tasto on repeat del lettore è diventato incandescente.
Davvero, è stata un'esperienza d'ascolto tutta nuova per me, bucato nell'anima, in un'innocente domenica mattina di metà Settembre.
Nulla di rivoluzionario o copernicano nelle orecchie, anzi, si trova probabilmente in questo stand by esistenziale la bellezza del nuovo e 6° album di Iron & Wine.
La linearità delle composizioni, al netto di qualsiasi nota autoreferenziale, è un lusso disponibile per pochi compositori, così come lo sono le 12 canzoni ricamate di Musica e sentimenti, di arrangiamenti basici e minuti che trascorrono senza incertezze, piacevolissimi, e soprattutto interpretati  con una maturità invidiabile.
Il ritorno in casa Sub Pop corrisponde ad un ideale viaggio a ritroso per Sam Beam ed il suo progetto: ritrovarsi come agli inizi, voce e chitarra, in uno studio spoglio con un pò di amici e qualche bottiglia a maneggiare una materia plastica e generosa, pericolosa e dannata, con le velleità di chi ha già giocato col fuoco, a volte vincendo di misura.
Bravi davvero gli Iron & Wine (considerando tutti gli attori in campo) a sottrarre con maestria, a tratteggiare piccole storie semplici quanto scheletriche che si assomigliano senza mai coincidere perfettamente. La noia è bandita nonostante una narrazione quasi sussurrata e mai sopra le righe.
Per me è stato così il primo incontro diretto e inatteso con "Beast Epic": innocente e disarmato, complice l'indolenza del tiepido mattino di fine estate.
Così mi ha fatto innamorare, senza un vero perchè, la storia dell'artista che attraversa il mondo con consumato disincanto, lasciandosi vezzeggiare da momenti malinconici che ammansisce di esperienza, ma che non inficiano l'atmosfera comunque sognante e luminosa dell'album.
Si dice che dopo i 40 si tirino le somme un pò su tutto e allora mai come in questo periodo Sem ed io siamo stati sulla stessa rotta, ponendo domande con la consapevolezza di non avere tempo per aspettare le risposte.
Ecco cos'è in soldoni il progetto Iron & Wine 2017: folk modificato con bypass, luminoso come il sole d'autunno, avvolgente e protettivo come la coperta di Linus.
Poi canzoni come "Claim Your Ghost", "Bitter Truth", "Call It Dreaming" e "Last Night" restano lì, appiccicate alle pareti di casa per non essere dimenticate, anzi, per non dimenticare.





Davide Monteverdi.

mercoledì 30 agosto 2017

FOUR BY ART: "INNER SOUND" (ArtRec/Area Pirata, Cd 2017).


Ci sono voluti quasi tre anni in studio per apprestare il rientro discografico dei Four By Art, leggendario combo psych/mod con il corpo a Milano e lo spirito nella Swinging London.
Anni spesi a testare su strada il nuovo materiale musicale e a rodare la nuova formazione dopo la dipartita di due dei membri originari, Demetrio e Giuseppe, cui l'album è dedicato.
Il risultato è "Inner Sound", frutto della collaborazione tra Artrecords e Area Pirata: un bellissimo cd a tiratura limitata (300 copie) suddiviso in 13 episodi, dalla grafica strepitosa opera di Grace e dal sapore fresco e danzereccio che ha dissipato ogni dubbio di sorta su questo rientro quasi epocale, dopo la reunion del 2002.
A 30 anni suonati da quel "Everybody's An Artist With Four By Art" che ne sancì lo scioglimento rimane solo Filippo Boniello della formazione originale al timone, sostenuto però da un gruppo coeso di amici/musicisti 
in linea perfetta  con il manifesto estetico dei Four By Art. Vale a dire un rockettone energico sporcato di r&b, psichedelia e garage beat travolgente il tutto poi filtrato in chiave strettamente 60's e di impatto immediato sui garretti degli astanti.
Ottime anche la scelta delle cover da inserite nella tracklist,"Allora Mi Ricordo" dei New Trolls e "Sorry" dei Three O Clock, veri e propri cavalli di battaglia nei loro live infuocati.
Perchè non bisogna scordarsi mai che i Four By Art sono una fottuta party band selvaggia e che, soprattutto, non fa prigionieri.
Hands up per: "I'm Burning", "Living For Today", "Sorry", "Take your Time", "Say Something".





Davide Monteverdi


domenica 20 agosto 2017

EFFERVESCENT ELEPHANTS: "GANESH SESSIONS" (Area Pirata, Cd 2017)


Area Pirata, sempre sia lodata, riesuma questa session degli Effervescent Elephants datata 2013 nell'ambito di un'ampia operazione di recupero di ciò che definiremmo memoria storica, preziosa memorabilia, nuova coscienza di massa e quant'altro all'insegna dell'italian pride musicale.
Impresa titanica certo, da cui non sfugge, chiaramente per merito, la band di Vercelli capitanata da Lodovico Ellena il mastermind della neopsichelia tricolore degli anni 80.
"Ganesh Sessions" fotografa con precisione millimetrica il (probabile) testamento sonoro post collaborazione con Claudio Rocchi del gruppo: le influenze orientali riattate, la devozione quasi totale ai primi Pink Floyd e Syd Barrett, quell'amalgama unica che ha reso le sonorità degli Effervescents Elephant motivo di culto al di là di mode e redazionali.
L'album esce qualche mese fa in confezione digipack limitato a 300 copie e gli 11 pezzi della tracklist altro non sono che reinterpretazioni 2.0 di alcuni loro cavalli di battaglia tra cui spiccano per impatto  "Indian Side", "Radio Muezzin", "My Generation", "It's Raining" e le immancabili cover di "Maze" (Barrett) e "Astronomy Domine" (Pink Floyd).
La vera sorpresa però è "December" brillantissima cover degli Strange Flowers, orgoglio pisano, suonata e vissuta con un'intensità devastante: come se i Dream Syndicate strafatti di acido ed il Paisley Underground tutto fossero nati e cresciuti nella tranquilla provincia piemontese di una dimensione parallela. In un solo aggettivo STUPENDA!
In chiusura si fa apprezzare anche "Astral Raga" la lunghissima composizione (11'23") in memoria di Claudio Rocchi, vero e proprio mentore degli EE, che ha le tinte del viaggio cosmico senza tempo e senza direzione più che di masturbazione estetica.
Resta poi lo spazio per il remix elettronico di "Apollo e Le Muse"a chiudere "Ganesh Sessions", brano scritto a quattro mani proprio con l'artista milanese, e che non stona assolutamente nel quadro d'insieme di questo bel progetto.
Ecco: questi erano gli Effervescent Elephants, dervisci in un'Italia irriconoscibile e forse riconoscente, corrieri cosmici votati all'esotismo e alla psichedelia sixties, sciamani sinceri al netto di pesanti etichette e tristi revivalismi 





Davide Monteverdi.